Marzo 31, 2008, 12:54
Gli apologeti della nuova democrazia, eccoli.
"L'ipocrisia è il vizio della moda"
Persino tra i nuovi teorici della democrazia spicca incredibilmente una tendenza critica verso questo sistema che pur partendo da presupposti facilmente comprensibili che farebbero impallidire qualsiasi militante affacendato a nascondere il vero significato della sua adesione ad un partito non più di massa (la carriera politica), arriva a concludere in favore di una soglia minima della democrazia, accomodante verso gli interessi del potere e del mercato. Non in modo sotterraneo, anzi, quasi ci sia una consapevolezza che taluni difetti, benchè strutturali, non siano poi così tali da meritare un aggiustamento se sfruttabili in termini di utilità: i numerosi germi della malattia della democrazia rappresentativa vengono individuati e analizzati in modo compiacente, cinico o ipocrita.
In "Capitalismo socialismo democrazia", ad esempio, di J. A. Schumpeter si avanza l'idea che la democrazia odierna non si basi più sul principio classico di derivazione roussoiana della volontà generale dei cittadini che legittima con la partecipazione le decisioni politiche, ma questo, che viene tutt'ora spacciato come fondante e valido motivo del meccanismo elettorale e della delega, è completamente superato, ci spiegano. Lo Schumpeter ripreso in Italia dallo studioso e pennivendolo Giovanni Sartori indica come nuova funzione del voto la passiva scelta di una leadership necessaria che come nell'attività commerciale è in lotta (talvolta, si capisce, anche in modo fraudolento) con altre elites politiche che tentano di conquistare i cittadini come normalmente ci si comporta con i consumatori. In un periodo elettorale come questo non può sfuggire come persino gli apologeti della democrazia non possano fare a meno di mettere in evidenza i limiti della macchina politica per fugare ogni dubbio o rivendicazione affermando che non c'è altra alternativa possibile all'amara contingenza delle cose.
Lodevole tentativo è quello di considerare l’elettore medio che diversamente dall’ambito professionale in cui spende nevroticamente ogni attimo della sua vita, in politica è dunque infantile tendenzialmente primitivo e intellettualmente piatto a tal punto da costringere a risolvere già nell’ambito dei partiti stessi il grosso della politica che conseguentemente debbono servirsi di programmi elettorali “comprensibilmente e straordinariamente simili” come uno specchio delle allodole per la conquista del potere politico che si basa sul consenso come di una merce da accaparrarsi a tutti i costi in quanto unico compromesso possibile tra libertà reale e effettiva e imprescindibile, in quanto ultimo ultimo argomento di giustificazione di una democrazia da difendere a tutti i costi, pur ricorrendo all’alibi del “realismo” per formulare improbabili motivazioni.
Come se non fosse già chiaro , il potere dell’elettorato consiste dunque esclusivamente nello “scegliere chi ci governerà” e la democrazia è salva se a malapena esiste un minimo di concorrenza tra gli elettori o anche solo la possibilità di non votare per un governo che tradisca le sue aspettative (Schumpeter).
Ma un potere che arriva a considerare una pratica normale e integrante della democrazia il non voto che fino a poco tempo fa (ma ancora oggi in realtà) incuteva timore è nei fatti costretto ad una capovolta recuperatrice del dissenso crescente che stavolta non riuscirà nemmeno con la doppiezza e l’ipocrisia sugli allarmi dei sentimenti di antipolitica, in realtà utile e gradito sostegno di chi finge di essere costretto a rinnovarsi vedendo così un riconoscimento della sua assoluta insostituibilità.
Constatando come l’omologazione e la passività siano diventate parti integranti delle teorie della democrazia che sfruttano abilmente a loro piacimento i peggiori prodotti che il lavoro, la moda, la coercizione impongono contribuendo a diffondere il terrore del conformismo, incruento nei suoi effetti vicini ma immediatamente violento perché porta irrimediabilmente ad accettare ogni decisione presa sulle nostra testa ma col nostro appoggio indiretto, occorre sempre più urgentemente distruggere l’apatia e l’indifferenza che i meccanismi di potere costruiscono per incrementare affermando il primato dell’individuo sui numeri, sugli inganni sulla delega e sull’elezione, ponendo le condizioni per una concreta autogestione integrale della vita che elimini definitivamente il vuoto irriconoscibile che di fatto costituisce un morbido totalitarismo di dominio.
Marzo 03, 2008, 22:25
Università Milano (68-2008): che possa esserci continuità!
“Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso potrà chiamare il suo buon andamento. Questa cospirazione fa parte del suo stesso funzionamento.”
Guy Debord, Commentari sulla società dello spettacolo.
Qualche giorno fa, a 40 anni dal tentativo di una rivoluzione radicale della vita e di chi tentava di impossessarsene, proprio negli stessi luoghi, si è tenuta una delle varie tappe di pubblicità di una svendita totale degli elementi e dei principi che nel 1968 costituivano ancora un terreno di base per l'abbattimento effettivo dei meccanismi di coercizione.
Alcuni settori di quel che rimane del fermento studentesco, fagicitato dai partiti di base, di cui di fatto ne costituiscono l'ala movimentista, ha fatto irruzione in un'aula dell'Univesrita di Milano dove si teneva un convegno organizzato da uno dei tre sindacati di Stato che in campagna elettorale discuteva delle legge 194 esprimendo una netta quanto apparente presa di posizione antiabortista in compagnia di medici, scienziati e una rosa di politicanti tra cui alcuni cattolici teodem che verranno candidati tra le stesse fila di quei sindacalisti paladini delle donne organizzatori dell'incontro.
L'azione non si è rivelata nient'altro che la rivendicazione di un posto riconosciuto e a pieno titolo tra i burattini che i media ogni tanto rispolverano per legittimare il carattere democratico della nostra epoca in quanto preparata con scrupolo assieme a quei giornalisti e fotografi che da tempo costituiscono la manovalanza più subdola del rovesciamento completo della realtà che consente di perpetuare gloriosamente gli scempi più orribili che la società postmoderna crea con l'appoggio inebetito di masse di spettatori.
Questa pratica scandisce oramai da anni il silenzio imbarazzante dei professionisti di movimento che pur di lasciare il loro ruolo di referenti degli universitari preferiscono alle pratiche materiali e dirette del conflitto che fondano la base delle relazioni e del loro estendersi, pratiche mediate che offrano un ampilficatore sicuro ma che di certo alienano ed estraniano dal contesto sociale in cui si vive e che si trasforma così sempre più in una mera vetrina di riferimento.
Potendo rifiutare di accettare la presenza in ateneo dei maggiori responsabili della precarizzazione del personale e dei ricercatori che proprio in questi giorni si stanno mobilitando in tutta Italia con gruppi autorganizzati o sindacati di base contro i risultati di una politica concertativa, e mettere in luce come questa linea riformista si ripeta con continuità anche nell'appoggio a correnti e partiti che hanno abiurato il laicismo e da tempo si prostrano nei confronti del Vaticano, si è scelto invece, ignorando del tutto la comunità universitaria e le sue lotte interne, di mendicare ai futuri governanti l'insegnamento nelle scuole delle tematiche legate alla sessualità, l'aumento dei finanziamenti alle cliniche pubbliche e un vero diritto di cittadinanza per le lesbiche e gli omosessuali.
Lo sgomento generale che si è alzato dagli spettatori, increduli che i contestatori proponessero le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi fino a poco prima discussi ha sancito la fine definitiva di ogni radicale tentativo di fare espoldere le contraddizioni che si nascondono dietro l'apparenza che bisogna saper scalfire.
Conquistare lo statuto mediatico necessario per approdare ai canali di comunicazione implica una rinuncia alla sotanza dei contenuti, mercanteggiati con gli scribacchini di turno affinchè abbiano possibilità di accesso e se è esso a costituire la massima importanza quello che si è in grado di mettere in campo e creare con le proprie forze non ha più lo stesso valore o addirittura viene meno. E' il sistema stesso che organizza e controlla la sua critica imponendo i suoi dettami. Le rivoluzioni che nel 1968 hanno toccato vari paesi del mondo hanno fallito nel non aver eliminato il nervo più vitale della società mercantile oramai appropiatiosi di ogni spazio: il sistema mediatico continua a legittimare quello che è attuale, espandendo l'ignoranza e il falso a cui qualcuno oggi vorrebbe persino partecipare.
Non c'è nessuna vertità definitiva ma l'esigenza di una lotta complessiva e unitaria per la quale occorre riaquisire il concreto che la vita e il suo porsi offrono.
_sinope
(un abbraccio sincero a chi ha scelto lo spazio aperto del mondo per sfuggire alle angustie della sorveglianza speciale e di quanti sono perseguiti per aver scelto la vivacità del conflitto ai noiosi copioni già scritti).



