Febbraio 13, 2008, 19:13

Corri nel bosco.

"Da sempre l'uomo ha cercato di evitare le città. La libertà fisica, spirituale, etica non si accorda infatti con l'aria di città".

Ernst Junger, "La Mobilitazione totale", 1960. 

 

La vitalità del nostro corpo costituisce una parte fondamentale della libertà umana e del suo raggiungimento. Nella nostra epoca stiamo assistendo a una vera e propria mutilazione con la quale la violenza della società del consumo vuole imprimere su ogni singolo il proprio marchio di possessione: la maschera contro lo smog.

Scelta volontaria per mantenere integre le proprie vie respiratorie che mantiene l'illusione della libertà del volere, mentre la nostra relazione con l'ambiente, con l'aria e con la natura risulta profondamente compromessa. Non la si consideri una protesi, un aggiustamento a delle mancanze del nostro organismo come avviene per le lenti a contatto o gli apparecchi acustici, deve invece rispondere a dei danni irreversibili che derivano dall'azione umana stessa e dalla sua organizzazione; sono maschere che alterano quei segni del volto che fanno la persona e ne permettono il riconoscimento. Stiamo diventando anonimi e irriconoscibili già a prima vista, si sta perdendo forse anche la potenza dello sguardo senza il quale tra uomini macchine e energia vitale corre una abissale differenza. 

Non sono sicuro che la metropoli costituisca il terreno privilegiato su cui impostare il percorso verso la riappropriazione di ciò che ci viene tolto se il prezzo da pagare è la perdita e lo svuotamento della identità e dei rapporti.

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Dicembre 20, 2007, 20:37

Gloria alla moda

Gloria della moda.

Nella società postmoderna uno dei tanti mezzi di controllo della vita reale e del corpo è la moda a tal punto che siamo oggi tutti uniti dall'essere cittadini della moda. Cittadini perché la moda è il nodo focale anche dell'inclusione o dell'eventuale esclusione dell'altro nella società: se sei vestito con maglie troppo larghe o corte non vieni riconosciuto come avente diritto al far parte della società, guardato a vista, accantonato, e non solo da un punto di vista politico ma ancor più relazionale.

E non è un caso che se la moda ha la possibilità di promuoverci la maggior parte delle volte ci abbassa e ci schiaccia perché il suo principio centrale è il rendere obsoleta la cosa nuova per poterla immediatamente sostituire da un'altra da immettere nel mercato.

Moda deriva da modus in latino, cioè forma, modo e scala ma l'etimologia non aiuta a cogliere il meccanismo che nasconde: è considerata legata all'abbigliamento, o è intesa come meccanismo, logica, atteggiamento di cui i vestiti non sarebbero che la componente materiale. In questo secondo caso si distinguerebbe per il cambiamento continuo e il considerare questo cambiamento come elemento di distinzione sociale, che ci rende ostaggi di boutique, shopping e compulsioni varie.

E' un continuo rincorrere che offre l'illusione di darci maggiore personalità mentre ci lascia in balia di una mancanza di significato imbarazzante perché ogni cosa che portiamo è subito superata. Identificandoci con ciò che abbiamo e portiamo siamo superati noi stessi che non riusciamo a raggiungere la pienezza a cui aneliamo.

Quindi la moda finge di aderire e rispondere alle nostre più profonde esigenze mentre è pura superficialità che si serve dei nostri desideri, istinti e gusti per alimentare un sistema economico che fa della nostra vita qualcosa da aggirare e spremere il più possibile. La moda è il capitalismo che si auto giustifica: questo suo rendersi per noi necessari elimina ogni dubbio su di esso.

Ogni contro-moda o anti-moda è futile resistenza; non ci resta che renderle omaggio con gloria, cioè rincorrerla, implorarla e considerarsi fortunati di essere inclusi al godimento di essa? Stare in pace, per quanto mediocre che sia?.

 

Come si è fatto bene a distinguere gli uomini dalle qualità esteriori piuttosto che da quelle interiori! Di noi due chi passerà avanti? Chi cederà il posto dell'altro? Il meno capace? Ma io sono capace quanto lui: ci dovremmo battere per questo. Egli ha quattro lacchè, ed io non ne ho che uno: ciò è chiaro; basta contarli; tocca a me cedere, sono uno stupido se lo contesto. Con questo mezzo, eccoci in pace, che è il più grande dei beni.”

 

Pascal, “Pensieri”, fram. 302.

 

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Dicembre 17, 2007, 20:44

12-12-2007: più milano in lotta.

"La prima volta è una tragedia, la seconda soltanto una farsa”

 

Il 12 Dicembre, a Milano in particolare e in tutta Italia, è un giorno particolare in cui mantenere viva l'attenzione sulla natura violenta e criminale delle istituzioni statali che nel lontano 1969 non esitarono a fare uso di parti di servizi segreti e di gruppi fascisti per stroncare il nascente movimento rivoluzionario.

Oggi, pur respingendo le pretese di chi vorrebbe paragonare Piazza Fontana a Piazza Alimonda per poterne succhiare avidamente quel portato simbolico che permette ai suoi dirigenti di mantenere in vita l'oramai sterile “movimento dei movimenti”, occorre ricordare che la repressione colpisce ancora quegli individui che lottano quotidianamente con le pratiche dell'auto-organizzazione e dell'azione diretta per l'eliminazione delle galere, delle autorità, del militarismo e che personalmente fanno rivivere il significato dell'oppressione statale che qualcuno vorrebbe dimenticare in soffitta per rispolverare strumentalmente ogni tanto sotto forma di memoria storica o eccezionale evento da spettacolarizzare.
 

Invece, a due anni esatti dalla parata elettorale che aveva mostrato anche ai più increduli la tragica fine della pratica dell'autonomia del movimento studentesco milanese consacrato all'altare della sfida elettorale del “radicale” Dario Fo, gli stessi organizzatori che non avevano esitato a gettare in pasto a disegni rifornisti la figura di Valpreda e di Pinelli si sono ripresentati in piazza per confermare uno statico quanto ordinato corteo.

Quest'anno però una farsa senza nemmeno il giullare a risollevare le sorti ed i numeri è stata trasformata da alcuni disgustati presenti in una pratica di riappropriazione dello spazio urbano e delle proprie reali capacità conflittuali muovendosi spontaneamente da Piazza Fontana fino al carcere di S. Vittore per portare la propria solidarietà agli ergastolani in lotta per l'abolizione dell'ergastolo e ai prigionieri arrestati il 12 Febbraio che quello stesso giorno avrebbero subito un processo.

 

Il coinvolgimento di molti studenti presenti al “tradizionale” corteo e il mettere in atto azioni scaturite dalle spontanee energie di gruppo è stata per alcuni un fastidioso esempio di come la liberazione di ognuno non passa dalla continua mediazione con gli organi di stampa e delle forze di polizia, principali responsabili delle montature di ogni tempo, da Piazza Fontana agli ultimi avvenimenti di Bologna, Spoleto e Firenze.

 

(questo non è un resoconto né un comunicato ufficiale)

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Novembre 29, 2007, 11:21

La rapida fine.

"Bisogna che il popolo non avverta la verità dell'usurpazione; la legge è stata un tempo introdotta senza fondamento razionale, poi è diventata ragionevole; bisogna farla credere autentica, eterna e nasconderne l'origine se se ne vuole evitare una rapida fine".  Blaise Pascal (1658).

Non ricordo per niente chi ma qualcuno nei primi anni'20 riteneva che il rivoluzionario, l'anarchico, in fondo si nascondeva in ognuno di noi per emergere almeno una volta nella vita. Anche se le parole sopra sembrano confermare questa tesi, trattandosi di Pascal un conservatore apologeta del cristianesimo, un sostenitore dell'adagiamento e del conformismo, comincio a preoccuparmi: che il ribellarsi faccia parte della normalità comportamentale di ciascuno di noi!

Poi mi vengono in mente le aspre e violente dispute con cui lo stesso Pascal invitava i giansenisti a scagliarsi contro l'autorità della Chiesa che si ostinava a non riconoscerli. Muoversi come una MACCHINA nella vita terrena, abituarsi a atti religiosi formali e a virtù esteriori conformi alle consuetudini per ruffianarsi la grazia divina, ma lottare come ossessi per far valere la propria vera verità su Dio è un compito che nessuno può tralasciare.

Così vivere nelle stesse dinamiche oppressive per non venire estromessi ma riconosciuti dal nemico che ci sovrastsa e che si combatte è quasi naturale, come imporre fedelmente le proprie etichette, le proprie teorie e i propri termini ovunque, perchè lottare non è divertimento ma questione di governance, indirizzare e dirigere a tutti i costi.

Quasi che fosse in gioco la salvezza.

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Agosto 10, 2007, 09:54

Pàzzia

 

Gli anni settanta, gli anni ottanta e gli anni novanta non sono un unica epoca. Di mezzo c'è la perdita di una coscienza rivoluzionaria diffusa, l'affilarsi di una società spettacolare integrale con il suo tentativo di soggiogare ogni esperienza di totale libertà per ricondurla nell'alveo della speculazione del mercato globale.

Il comandante Guevara c'era sulla Coca Cola negli anni '60? Se si fatemelo sapere, perchè oggi sono illusi ribelli amanti di Cuba ad appropriarsi della bevanda capitalista. Un compagno bevendola si è cercato di giustificarsi cosi': Il comandante Marcos ha invitato a bere tutta la Coca Cocla così non ce ne sarà più".

Spingere tutte le tensioni unmane al di fuori di se contro quello che ci urta, perchè arrivino tensioni fisiche.

Basta berci ogni cosa.

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