Ottobre 25, 2008, 15:48
Continuare il conflitto agitare l'università
“il lavoro è il sabotaggio della vita:sabotiamo il lavoro”
Anche a Milano come in tutta Italia cresce sempre di più l'opposizione alla legge 133 del 6 Agosto che aggiunge un ulteriore passo in avanti nel processo di precarizzazione degli studenti, di privatizzazione dell'istruzione e appiattimento dei saperi.
Essa prevede un taglio del F.F.O. (Fondo di Finanziamento Ordinario) di un miliardo e quattrocento milioni di euro nei prossimi cinque anni, la possibilità delle Università di trasformarsi in fondazioni di diritto privato e il blocco del turn over del personale al 20% (ovvero su 10 dipendenti che andranno in pensione se ne potranno assumere solo due).
La riforma Gelmini-Tremonti dunque pur non essendo organica e strutturale modifica ulteriormente le linee guida dello sviluppo del sistema universitario che da almeno un decennio sono state intraprese per renderla sempre più funzionale agli interessi delle imprese: per questo deve essere bloccata senza perdere di vista quegli elementi di fondo su cui poggia da tempo con continuità questa tendenza e che persistono oltre questi momenti emergenziali e artificiali di attenzione sul problema. Affinché questa lotta sia effettivamente conflittuale, duratura e non di mera difesa dello status quo non è possibile limitarsi a inseguire rivendicazioni contro l'aumento delle tasse o per la riaffermazione del ruolo statale nella formazione, l'aumento dei finanziamenti pubblici e la riqualificazione del lavoro cognitivo, ma piuttosto occorre interrogarsi sul ruolo dell'Università nella società e sul tipo di studente che essa intende formare, perché la revoca di un disegno di legge è senz'altro un obiettivo da condividere ma che non può essere vincente se non supportato da un modello alternativo e offensivo da costruire nell'immediato. Non c'è peggiore sconfitta della caduta nel vuoto toccando il traguardo.
L'università non è mai stata neutrale; attivarsi per un suo cambiamento significa ripensare radicalmente il mondo in cui viviamo: la separazione dello studente dal mondo, l'idea di un insegnamento inteso come mera trasmissione dei saperi, i corsi finalizzati all'apprendimento di nozioni utili esclusivamente alla produzione indicano come gli atenei siano una pedina fondamentale per il mantenimento di una posizione posizione incontrastata di dominio e sfruttamento del capitale.
Sarebbe erroneo considerare come taluni1 un presunto disinteresse delle imprese italiane ad investire nella formazione e della ricerca adducendo che esse abbiano svolto da sempre un ruolo parassitario rispetto all'investimento statale rinunciando all'innovazione, piuttosto si dovrebbe parlare di un forte riassestamento in cui saperi più produttivi troveranno maggiore spazio a discapito di quelli non direttamente implicabili nel processo mercantile. Questa paura della dismissione totale dell'università a sé stessa è totalmente ingiustificata se non per sostenere che le aule universitarie siano un luogo sostanzialmente libero da rapporti di potere e interessi consistenti dove costruire presunte “istituzioni del comune”, un'area pubblica e libera in cui sia possibile rivendicare un salario minimo per il lavoro della cognizione.
Ma una società con dominio dello spettacolare integrato come è quella in cui ci troviamo la merce realizza la sua colonizzazione totalitaria delle forme di vita tramite lo sviluppo centrale del lavoro cognitivo quale pubblicità, mezzi di comunicazione e creazioni di visioni del mondo e percezioni che ci fanno desiderare il consumo e il sapere necessario al funzionamento delle macchine da cui dipendiamo sempre di più. Questo nostro essere ingranaggi indispensabili non può essere ripagato semplicemente con il riconoscimento di un reddito senza pensare ad un superamento di questo meccanismo ben lubrificato dalle nostre energie. Se il nostro stesso essere coincide con un fare individuale che lo trasforma in lavoro perchè caratterizzato dalle produzioni intangibili di ogni relazione umana e affettiva, allora dovremmo sbarazzarci di questa immanente attività lavorativa invece che di valorizzarla e distinguere il vivere dal lavoro. Anche se questa forma di lavoro vivo stia nella fase attuale superando l'importanza di quello morto e consuetudinario di esecuzione non toglie che la sua subordinazione allontani la possibilità di un suo utilizzo autonomo2, a meno che non si facciano i conti con quei meccanismi che ci svuotano l'interiorità e ci condannano ad un esistenza legata al falso bisogno.
La struttura universitaria non è vittima della crisi globale dell'economia ma essa stessa è a tutti gli effetti parte decisiva e centrale di questo corso nel quale è pronta ad immedesimarsi in ogni momento: dal punto di vista teorico e pratico occorre dispiegare percorsi che vadano a demistificare e attaccare quei meccanismi di mercificazione della conoscenza che colpiscono direttamente la condizione dello studente, e il ruolo dei saperi scientifici e umanistici perché la loro indipendenza sarà raggiunta solo se sapranno liberarsi e non integrarsi con la produzione, sia essa sociale, cooperativa o neoliberista mettendo in atto un percorso che non sprofondi in pretese e richieste di miti sociali come il reddito sociale garantito in un quadro di esaltazione del ruolo del lavoro, ma che si dispieghi in vera riappropriazione.
L'università-esamificio, emblema della fabbrica sociale in cui siamo immersi, impone ritmi da catena di montaggio in modo tale da favorire un forte processo di selezione e pure una maggiore estraneità dello studente che deve scegliere se impegnarsi a tempo pieno nello studio o lasciarsi catturare dalla condizione di lavoratore-studente in cui è in ogni caso già condannato: se in passato il percorso universitario portava alla costituzione ed al ricambio dell'elitès politica, oggi come obiettivo principale pone la plasmazione di soggetti inebetiti dalla mancanza di qualsivoglia spirito critico o metodo di analisi indipendente , presupposto del dilagare dell'immediata passività ed accettazione di cui anche l'istituzione universitaria si serve.
Nel campo del sapere scientifico è ad esempio sempre più lampante ed insopportabile lo stretto legame della ricerca alle necessità lucrative delle multinazionali soprattutto negli ambiti farmacologico e biotecnologico dove emerge la logica dello specialismo dei ricercatori che si trasforma in autoritarismo quando si vogliono confinare tra le mura dei laboratori temi riguardanti la profonda mutazione dell'esistente. I poli universitari insieme ad aziende, multinazionali ed associazioni del settore si prestano a legittimare scientificamente, sostenere e dove sia necessario fornire giustificazioni etiche al controllo totale sul vivente vegetale ed animale oltre che sull'ambiente.
L'Università degli Studi, come messo in luce dall'azione dell'ALF (Animal Liberation Front) nel Dipartimento di Farmacologia nell'Aprile 2006 pratica crudeli esperimenti di vivisezione su topi transgenici, cavie e cani che venivano torturati da anni in un contesto di presunta neutralità morale, sperimentazioni violente come queste nascondono la tendenza generale alla appropriazione dei corpi resi oggetti da una falsa differenza rispetto alla specie dominante, la quale però costutisce il successivo passo di applicazione di questo principio di base.
L'Università degli Studi ha recentemente sostenuto ed ospitato, il Nanobioforum 2008 sottolineando ulteriormente in quali meccanismi sia apertamente integrata: la brevettabilità e la manipolazione del vivente che spiana la strada del controllo delle fondamenta genetiche di ogni essere per poterlo rendere commerciabile. Ci si prepara al trasferimento di geni tra specie senza alcuna affinità considerando gli organismi viventi e le strutture che li costituiscono e ne regolano l'esistenza da milioni di anni come elementi a cui la scienza e la tecnologia possa attingere come da una scatola degli attrezzi e in cui le conseguenze di questo sconvolgimento passano sempre in secondo piano rispetto alle rendite dei brevetti che per esempio costringono contadini sudamericani a pagare le multinazionali per seminare le loro colture.
L'Università degli Studi inoltre si è impegnata ufficialmente nel sostenere la candidatura della città ad organizzare l'Esposizione Universale del 2015, sempre con la collaborazione di istituzioni di ogni livello e multinazionali. Questo evento-vetrina dietro gli ingenti investimenti in immagine e di comunicazione per costruire un'eticità del progetto, nasconde una cementificazione selvaggia e una speculazione edilizia sfrenata simbolo ancora una volta del prevalere del mercato sull'uomo e l'ambiente che l'ateneo propone assecondando il modello di sviluppo neoliberista.
Nel campo delle scienze sociali, economia politica in testa, assistiamo alla loro trasformazione in strumenti ideologici in supporto al sistema capitalistico presentato come il solo modello razionale e l'unico possibile in cui i sindacati e i fannulloni rallentano la concorrenzialità del mercato in contrapposizione alle istanze conflittuali e di rivendicazione, naturalmente incomprensibili e irrazionali. Di fronte all'acriticità spiazzante che si respira nei programmi di studio emerge un potente mezzo di propaganda e di legittimazione della miseria del presente.
Per questo crediamo che sia sempre più necessario unire il disagio delle condizioni studentesche con la continua costruzione di insubordinazione e insofferenza verso la mercificazione diffusa e l'onnipresente principio d'efficienza. Noi non ci spendiamo per difendere l'università baronale e le sue logiche clientelari e di cooptazione e per questo l'alleanza con i docenti e i ricercatori non deve essere un presupposto ma semmai un obiettivo da raggiungere dopo la messa in discussione di quelle logiche che spesso essi hanno sostenuto o assecondato. Ogni qual volta che le istanze critiche degli studenti parlavano di temi tollerati, in parte condivisi o confinanti con gli interessi delle gerarchie accademiche hanno potuto trovare spazio se non addirittura appoggio, ma laddove queste istanze si sono estese alla riflessione sul sistema bancario di crediti e debiti o della rappresentanza, al tipo di saperi, alla necessità di luoghi di socialità, esse sono state prontamente represse con tanto di esplicita invocazione delle forze coercitive statali da parte di quelle stesse componenti universitarie “progressiste” che oggi chiedono a gran voce l'unità nella lotta per un vuoto diritto allo studio affermando di voler addirittura sostenere eventuali occupazioni.
Questo è quanto è avvenuto con gli sgomberi delle aule occupate l'anno scorso nelle Facoltà di Scienze politiche e di Lettere e Filosofia, oltre che con le incursioni degli studenti ai Career Day, alle presentazioni dei corsi di laurea e dei numerosi convegni che l'università preferisce lasciare alle aziende che ad iniziative studentesche.
Trasformare la società e cambiare l'Università sono per noi la stessa cosa: ridere sulle macerie degli interessi che entrambe sostengono; per questo è indispensabile continuare a creare una alternativa reale di autogestione al loro interno dove dare libero spazio a forme di vita ribelli all'annichilimento costante, creare momenti di autoformazione e socialità come ripresa del proprio spazio-tempo e vivere le lotte non come simboliche o finalizzate ad un obiettivo parziale ma come liberazione da ogni utilitarismo per costituire momenti in cui la decostruzione e la critica radicale lascino emergere l'esigenza di relazioni orizzontali, piaceri e desideri che lascino sfogo all'esistenza e alla sovversione.
Milano-Ottobre 2008
1. Appello per assemblea delle reti studentesche e della formazione
2Documento politico nazionale Uniriot, www.uniriot.org
Marzo 31, 2008, 12:54
Gli apologeti della nuova democrazia, eccoli.
"L'ipocrisia è il vizio della moda"
Persino tra i nuovi teorici della democrazia spicca incredibilmente una tendenza critica verso questo sistema che pur partendo da presupposti facilmente comprensibili che farebbero impallidire qualsiasi militante affacendato a nascondere il vero significato della sua adesione ad un partito non più di massa (la carriera politica), arriva a concludere in favore di una soglia minima della democrazia, accomodante verso gli interessi del potere e del mercato. Non in modo sotterraneo, anzi, quasi ci sia una consapevolezza che taluni difetti, benchè strutturali, non siano poi così tali da meritare un aggiustamento se sfruttabili in termini di utilità: i numerosi germi della malattia della democrazia rappresentativa vengono individuati e analizzati in modo compiacente, cinico o ipocrita.
In "Capitalismo socialismo democrazia", ad esempio, di J. A. Schumpeter si avanza l'idea che la democrazia odierna non si basi più sul principio classico di derivazione roussoiana della volontà generale dei cittadini che legittima con la partecipazione le decisioni politiche, ma questo, che viene tutt'ora spacciato come fondante e valido motivo del meccanismo elettorale e della delega, è completamente superato, ci spiegano. Lo Schumpeter ripreso in Italia dallo studioso e pennivendolo Giovanni Sartori indica come nuova funzione del voto la passiva scelta di una leadership necessaria che come nell'attività commerciale è in lotta (talvolta, si capisce, anche in modo fraudolento) con altre elites politiche che tentano di conquistare i cittadini come normalmente ci si comporta con i consumatori. In un periodo elettorale come questo non può sfuggire come persino gli apologeti della democrazia non possano fare a meno di mettere in evidenza i limiti della macchina politica per fugare ogni dubbio o rivendicazione affermando che non c'è altra alternativa possibile all'amara contingenza delle cose.
Lodevole tentativo è quello di considerare l’elettore medio che diversamente dall’ambito professionale in cui spende nevroticamente ogni attimo della sua vita, in politica è dunque infantile tendenzialmente primitivo e intellettualmente piatto a tal punto da costringere a risolvere già nell’ambito dei partiti stessi il grosso della politica che conseguentemente debbono servirsi di programmi elettorali “comprensibilmente e straordinariamente simili” come uno specchio delle allodole per la conquista del potere politico che si basa sul consenso come di una merce da accaparrarsi a tutti i costi in quanto unico compromesso possibile tra libertà reale e effettiva e imprescindibile, in quanto ultimo ultimo argomento di giustificazione di una democrazia da difendere a tutti i costi, pur ricorrendo all’alibi del “realismo” per formulare improbabili motivazioni.
Come se non fosse già chiaro , il potere dell’elettorato consiste dunque esclusivamente nello “scegliere chi ci governerà” e la democrazia è salva se a malapena esiste un minimo di concorrenza tra gli elettori o anche solo la possibilità di non votare per un governo che tradisca le sue aspettative (Schumpeter).
Ma un potere che arriva a considerare una pratica normale e integrante della democrazia il non voto che fino a poco tempo fa (ma ancora oggi in realtà) incuteva timore è nei fatti costretto ad una capovolta recuperatrice del dissenso crescente che stavolta non riuscirà nemmeno con la doppiezza e l’ipocrisia sugli allarmi dei sentimenti di antipolitica, in realtà utile e gradito sostegno di chi finge di essere costretto a rinnovarsi vedendo così un riconoscimento della sua assoluta insostituibilità.
Constatando come l’omologazione e la passività siano diventate parti integranti delle teorie della democrazia che sfruttano abilmente a loro piacimento i peggiori prodotti che il lavoro, la moda, la coercizione impongono contribuendo a diffondere il terrore del conformismo, incruento nei suoi effetti vicini ma immediatamente violento perché porta irrimediabilmente ad accettare ogni decisione presa sulle nostra testa ma col nostro appoggio indiretto, occorre sempre più urgentemente distruggere l’apatia e l’indifferenza che i meccanismi di potere costruiscono per incrementare affermando il primato dell’individuo sui numeri, sugli inganni sulla delega e sull’elezione, ponendo le condizioni per una concreta autogestione integrale della vita che elimini definitivamente il vuoto irriconoscibile che di fatto costituisce un morbido totalitarismo di dominio.
Marzo 03, 2008, 22:25
Università Milano (68-2008): che possa esserci continuità!
“Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso potrà chiamare il suo buon andamento. Questa cospirazione fa parte del suo stesso funzionamento.”
Guy Debord, Commentari sulla società dello spettacolo.
Qualche giorno fa, a 40 anni dal tentativo di una rivoluzione radicale della vita e di chi tentava di impossessarsene, proprio negli stessi luoghi, si è tenuta una delle varie tappe di pubblicità di una svendita totale degli elementi e dei principi che nel 1968 costituivano ancora un terreno di base per l'abbattimento effettivo dei meccanismi di coercizione.
Alcuni settori di quel che rimane del fermento studentesco, fagicitato dai partiti di base, di cui di fatto ne costituiscono l'ala movimentista, ha fatto irruzione in un'aula dell'Univesrita di Milano dove si teneva un convegno organizzato da uno dei tre sindacati di Stato che in campagna elettorale discuteva delle legge 194 esprimendo una netta quanto apparente presa di posizione antiabortista in compagnia di medici, scienziati e una rosa di politicanti tra cui alcuni cattolici teodem che verranno candidati tra le stesse fila di quei sindacalisti paladini delle donne organizzatori dell'incontro.
L'azione non si è rivelata nient'altro che la rivendicazione di un posto riconosciuto e a pieno titolo tra i burattini che i media ogni tanto rispolverano per legittimare il carattere democratico della nostra epoca in quanto preparata con scrupolo assieme a quei giornalisti e fotografi che da tempo costituiscono la manovalanza più subdola del rovesciamento completo della realtà che consente di perpetuare gloriosamente gli scempi più orribili che la società postmoderna crea con l'appoggio inebetito di masse di spettatori.
Questa pratica scandisce oramai da anni il silenzio imbarazzante dei professionisti di movimento che pur di lasciare il loro ruolo di referenti degli universitari preferiscono alle pratiche materiali e dirette del conflitto che fondano la base delle relazioni e del loro estendersi, pratiche mediate che offrano un ampilficatore sicuro ma che di certo alienano ed estraniano dal contesto sociale in cui si vive e che si trasforma così sempre più in una mera vetrina di riferimento.
Potendo rifiutare di accettare la presenza in ateneo dei maggiori responsabili della precarizzazione del personale e dei ricercatori che proprio in questi giorni si stanno mobilitando in tutta Italia con gruppi autorganizzati o sindacati di base contro i risultati di una politica concertativa, e mettere in luce come questa linea riformista si ripeta con continuità anche nell'appoggio a correnti e partiti che hanno abiurato il laicismo e da tempo si prostrano nei confronti del Vaticano, si è scelto invece, ignorando del tutto la comunità universitaria e le sue lotte interne, di mendicare ai futuri governanti l'insegnamento nelle scuole delle tematiche legate alla sessualità, l'aumento dei finanziamenti alle cliniche pubbliche e un vero diritto di cittadinanza per le lesbiche e gli omosessuali.
Lo sgomento generale che si è alzato dagli spettatori, increduli che i contestatori proponessero le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi fino a poco prima discussi ha sancito la fine definitiva di ogni radicale tentativo di fare espoldere le contraddizioni che si nascondono dietro l'apparenza che bisogna saper scalfire.
Conquistare lo statuto mediatico necessario per approdare ai canali di comunicazione implica una rinuncia alla sotanza dei contenuti, mercanteggiati con gli scribacchini di turno affinchè abbiano possibilità di accesso e se è esso a costituire la massima importanza quello che si è in grado di mettere in campo e creare con le proprie forze non ha più lo stesso valore o addirittura viene meno. E' il sistema stesso che organizza e controlla la sua critica imponendo i suoi dettami. Le rivoluzioni che nel 1968 hanno toccato vari paesi del mondo hanno fallito nel non aver eliminato il nervo più vitale della società mercantile oramai appropiatiosi di ogni spazio: il sistema mediatico continua a legittimare quello che è attuale, espandendo l'ignoranza e il falso a cui qualcuno oggi vorrebbe persino partecipare.
Non c'è nessuna vertità definitiva ma l'esigenza di una lotta complessiva e unitaria per la quale occorre riaquisire il concreto che la vita e il suo porsi offrono.
_sinope
(un abbraccio sincero a chi ha scelto lo spazio aperto del mondo per sfuggire alle angustie della sorveglianza speciale e di quanti sono perseguiti per aver scelto la vivacità del conflitto ai noiosi copioni già scritti).
Novembre 27, 2007, 12:29
Se anche insorgere possa essere conformarsi
"Voglio che tutti pensino allo stesso modo, tutti dovrebbero essere come macchine"
"Sono le fantasie che creano problemi alla gente, se non si avessero fantasie non si avrebbero problemi perchè si prenderebbe ciò che capita."
Andy Wahrol
L'emblema e il simbolo della presenza senza desiderio, dell'oggetto senza significato, dell'asservimento dell'indivuduo al tutto ciò che lo corconda, felice che sia il nulla, è stato insultato dallo stesso sistema mercificato che intendeva sviluppare.
La richiesta di Wahrol era di non lasciare alcuna scritta sulla tomba come sintomo dell'indifferenza che ci circonda e della stessa insignificanza dell'organico sacrificatosi per l'organico che lui maneggiava, di volta in volta per farlo rimanere qualitativamente sempre identico ma con valore falsato.
Solo chi impone la vita in questo vuoto si può permettere di imprimere violentemente un significato che abbia la parvenza illusoria di nuovo, o di sfregiare una tomba.
E' un sentimento che ci pervade a tal punto che non abbiamo neanche la possibilità di contrapporre una reazione, un atteggimento: i meccanismi dell'oppressione occupano le nostre fondamenta a tal punto che quand'anche credimo di lasciare spazio alla fantasia, all'utopia, spesso ricreiamo ambienti ostili alla vera realizzazione della libertà, gabbie concettuali che sembrano ricordare che l'indifferente oppressione ci ha sempre nel suo maledetto PUGNO, amico o nemico che sia.
Novembre 22, 2007, 14:35
Militari della militanza
"Alzate la testa, o uomini liberi"
Epitteto 100 d.C.
Il problema non è alzare la testa. Tutti oggi si divertono a ribellarsi e ci si sgambetta per trovare un posto nel pantheon della conflittualità spettacolare. Farne una più visibile di chi è considerato acompagno di strada ma anche avversario diverso da me, mettersi in mostra, per acquisire affidabilità e attendibilità, per assicurarsi il comando fino alla vittoria.
C'è che ritiene la militanza un mestiere e aiuta gli altri ad alzare la testa. Ma il solo fatto di alzarsi non comporta l'essere effettivamente liberi.
Agosto 20, 2007, 09:10
Il music busisness, l'appropriazione indebita, il populismo e la retorica di Mtv
Mtv è il più grande polo mediatico per i giovani di tutto il mondo ed è in pratica l'agenzia pubblicitaria delle major label, nonché delle maggiori multinazionali del mondo, ruolo nel quale è meravigliosamente efficiente…nike, mcdonald, benetton, microsoft, philip morris, sony, cocacola, etc sono sempre presenti tra gli sponsor degli eventi di Mtv.
L'operazione attuata da Mtv è la stessa che attua una qualsiasi multinazionale capitalistica che deve vendere un prodotto in un mercato. Il target di questa operazione di vendita è la fascia di persone che, all'interno del mercato, spende la maggiore quantità di denaro: i giovani fra i 14 e i 25 anni. Mtv agisce in una situazione di monopolio attraverso il quale spinge per una crescente massificazione dei gusti e delle tendenze di questa fascia: per vendere il prodotto, Mtv influenza le menti più giovani, ne definisce le scelte di consumo, imponendo modelli a suon di pubblicità martellante e sponsor onnipresenti.
Perciò non è vero che Mtv si limita a seguire i desideri del pubblico e le sue scelte. E' piuttosto il contrario: Mtv determina le scelte del pubblico e ne indirizza i gusti e i desideri, in quanto a prodotti musicali, programmi televisivi, mode di vestiario e trend sociali. E' Mtv che dice ai giovani qual è la musica di qualità, e i giovani ingoiano e consumano tutto quello che Mtv dice loro di consumare, dovesse essere anche un disco di scoregge, perché l'unico criterio di selezione che Mtv propone è " questa canzone è passata su Trl, quindi è di valore" .
La strategia di Mtv è quindi quella di instaurare una dittatura culturale per quanto riguarda l'intrattenimento giovanile e musicale inglobando in sé tutto ciò che può essere utile per catturare la fetta più ampia possibile di giovani. Queste scelte fanno sì che la musica, come prodotto culturale, perda sempre di più significato dal lato dei contenuti, mentre diventa parallelamente immagine allo stato puro. Mtv influisce anche sugli stili di vita e sui costumi dei giovani grazie a programmi di successo non musicali, anch'essi sempre molto superficiali e improntati tutti sull'immagine.
Si tratta di uno strumento di massificazione ed incanalamento dei gusti e degli acquisti dei giovani, occidentali e non, MA si spaccia per uno strumento di libertà e di espressione delle controculture.
Infatti Mtv si maschera subdolamente da portabandiera di una cultura alternativa a quella del sistema, si appropria di culture "contro" svuotandole di qualsiasi contenuto. E' successo, ad esempio, con il punk e l'hip-hop. Storia vecchia, si dirà. Storia attuale è che Mtv ha ormai raggiunto di nascosto risultati di marketing che altre multinazionali avrebbero impiegato decenni a raggiungere: ha costruito un'immagine che gli dà il potere di influenzare direttamente il suo mercato di riferimento.
Per farlo, Mtv propone un'agenda di temi retorici e populisti che sbandiera in nome della propria immagine, ma che parallelamente nega nei suoi comportamenti, con titanica incoerenza: ad esempio da una parte si erge a favore della libertà di espressione ma dall'altra censura le parolacce dei video, o le espressioni troppo forti o estreme; da una parte fa campagne anti-fumo, dall’altra ha come sponsor maggiore Philip Morris; da una parte usa spesso La Bandiera della Pace, con l'intento di attirare le masse “di sinistra” o i pacifisti di ogni colore, dall’altra Mtv in America si è rifiutata di mandare in onda degli spot contro la guerra, trasmettendo invece gli spot per il reclutamento nell'esercito americano. Nel 2003 il top è stato raggiunto con Colin Powell che, insieme a dei militari statunitensi, spiegava ad un folto gruppo di ragazzini inebetiti la giustizia della guerra per gli Usa, rispondendo a domandine idiote e pilotate da parte di giovani asiatici, arabi e africani, via e-mail e sms. Stessa storia con Tony Blair che rispondeva alle domande sulla fame nel mondo (giustificando il sistema economico attuale) poste da un gruppetto di ragazzini sudafricani.
Mtv si fa portabandiera dei diritti umani (campagna "fight for your rights", "no excuse", "live8", etc), ma contemporaneamente usufruisce dei soldi dei suoi sponsor, per il 90% multinazionali, fra cui Sony, Philip Morris, Nestlé, Cocacola, Nike, ecc. che con i diritti umani non hanno niente a che vedere perché sfruttano, inquinano, producono e vendono armi. Anche McDonald è uno dei principali sponsors di Mtv, che infatti ha rifiutato uno spazio pubblicitario a un film che parlava delle nefandezze di McDonald.
Mtv evita sempre di schierarsi, a meno che non si tratti di demagogia retorica e innocua: Che malvagi i Birmani, mettono la gente innocente in galera, negano i diritti di espressione, tutti dovrebbero potersi esprimere, tutti dovrebbero essere felici come noi Yeaaauhhhhhhhhhhh!! - pubblicità della Cocacola.
Ancora, Mtv si vanta di portare avanti campagne per la tolleranza razziale, ma ogni persona di colore che appare su Mtv è un misogino illetterato con gli ori dovunque che parla solo di culi e di party e i cui principali valori sono gli addominali e gli ammortizzatori della macchina. (trasmissioni come Dismissed, roomriders, etc sono cataloghi di stereotipi). I giovani che appaiono nei programmi di Mtv sono gente con il portafoglio pieno e la testa vuota, con un livello culturale imbarazzante. Le classi mediobasse e basse non sono roppresentate, perché il suo messaggio è che il giovane americano medio dell'Iowa deve sognare di diventare bello, ricco e californiano altrimenti si sentirà respinto dalla società dell'immagine.
In definitiva, Mtv porta avanti il classismo, lo propaga e lo sponsorizza, finanziata da chi lo crea.
Mtv è dunque portatrice di una cultura consumistica e falso-alternativa (un'alternativa al sistema prevista dal sistema stesso…mmhh) e, in questo intento, fa leva sul desiderio di notorietà di ognuno: Ogni giorno ci sono i trenta secondi di notorietà del popolo di Mtv: "Siamo tipa e tipella da Milano e abbiamo votato per il cantante tale perché…è un figoooo UUUUUUHYEAAHHAA". (e ogni anno l'urlo immondo si evolve, avete notato?).
Su Mtv non c'è alcuna differenza fra il prodotto esplicitamente commerciale e quello che dà ad intendere di non esserlo, volendo sembrare alternativo. Sono entrambi al di sopra della linea di galleggiamento del mainstream. Tutto ciò che è al di sopra di quella linea è mainstream, a prescindere dalla presenza o meno di un'etichetta major. Per lo meno Britney Spears è sincera e non vuole far credere a nessuno di essere contro lo status quo. Britney è lo status quo, così come lo è qualsiasi altra cosa nel momento in cui compare su Mtv.
tratto da dadaismoinsurrezionale.blogspot.com




