sinope

Gli apologeti della nuova democrazia, eccoli.

Riflessioni — Inviato da dlames @ 12:54

"L'ipocrisia è il vizio della moda"   

 

Persino tra i nuovi teorici della democrazia spicca incredibilmente una tendenza critica verso questo sistema che pur partendo da presupposti facilmente comprensibili che farebbero impallidire qualsiasi militante affacendato a nascondere il vero significato della sua adesione ad un partito non più di massa (la carriera politica), arriva a concludere in favore di una soglia minima della democrazia, accomodante verso gli interessi del potere e del mercato. Non in modo sotterraneo, anzi, quasi ci sia una consapevolezza che taluni difetti, benchè strutturali, non siano poi così tali da meritare un aggiustamento se sfruttabili in termini di utilità: i numerosi germi della malattia della democrazia rappresentativa vengono individuati e analizzati in modo compiacente, cinico o ipocrita.

In "Capitalismo socialismo democrazia", ad esempio, di J. A. Schumpeter si avanza l'idea che la democrazia odierna non si basi più sul principio classico di derivazione roussoiana della volontà generale dei cittadini che legittima con la partecipazione le decisioni politiche, ma questo, che viene tutt'ora spacciato come fondante e valido motivo del meccanismo elettorale e della delega, è completamente superato, ci spiegano. Lo Schumpeter ripreso in Italia dallo studioso e pennivendolo Giovanni Sartori indica come nuova funzione del voto la passiva scelta di una leadership necessaria che come nell'attività commerciale è in lotta (talvolta, si capisce, anche in modo fraudolento) con altre elites politiche che tentano di conquistare i cittadini come normalmente ci si comporta con i consumatori. In un periodo elettorale come questo non può sfuggire come persino gli apologeti della democrazia non possano fare a meno di mettere in evidenza i limiti della macchina politica per fugare ogni dubbio o rivendicazione affermando che non c'è altra alternativa possibile all'amara contingenza delle cose.

Lodevole tentativo è quello di considerare l’elettore medio che diversamente dall’ambito professionale in cui spende nevroticamente ogni attimo della sua vita, in politica è dunque infantile tendenzialmente primitivo e intellettualmente piatto a tal punto da costringere a risolvere già nell’ambito dei partiti stessi il grosso della politica che conseguentemente debbono servirsi di programmi elettorali “comprensibilmente e straordinariamente simili” come uno specchio delle allodole per la conquista del potere politico che si basa sul consenso come di una merce da accaparrarsi a tutti i costi in quanto unico compromesso possibile tra libertà reale e effettiva e imprescindibile, in quanto ultimo ultimo argomento di giustificazione di una democrazia da difendere a tutti i costi, pur ricorrendo all’alibi del “realismo” per formulare improbabili motivazioni.

Come se non fosse già chiaro , il potere dell’elettorato consiste dunque esclusivamente nello “scegliere chi ci governerà” e la democrazia è salva se a malapena esiste un minimo di concorrenza tra gli elettori o anche solo la possibilità di non votare per un governo che tradisca le sue aspettative (Schumpeter).

Ma un potere che arriva a considerare una pratica normale e integrante della democrazia il non voto che fino a poco tempo fa (ma ancora oggi in realtà) incuteva timore è nei fatti costretto ad una capovolta recuperatrice del dissenso crescente che stavolta non riuscirà nemmeno con la doppiezza e l’ipocrisia sugli allarmi dei sentimenti di antipolitica, in realtà utile e gradito sostegno di chi finge di essere costretto a rinnovarsi vedendo così un riconoscimento della sua assoluta insostituibilità.

Constatando come l’omologazione e la passività siano diventate parti integranti delle teorie della democrazia che sfruttano abilmente a loro piacimento i peggiori prodotti che il lavoro, la moda, la coercizione impongono contribuendo a diffondere il terrore del conformismo, incruento nei suoi effetti vicini ma immediatamente violento perché porta irrimediabilmente ad accettare ogni decisione presa sulle nostra testa ma col nostro appoggio indiretto, occorre sempre più urgentemente distruggere l’apatia e l’indifferenza che i meccanismi di potere costruiscono per incrementare affermando il primato dell’individuo sui numeri, sugli inganni sulla delega e sull’elezione, ponendo le condizioni per una concreta autogestione integrale della vita che elimini definitivamente il vuoto irriconoscibile che di fatto costituisce un morbido totalitarismo di dominio.

 

 


Università Milano (68-2008): che possa esserci continuità!

Riflessioni — Inviato da dlames @ 22:25

Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso potrà chiamare il suo buon andamento. Questa cospirazione fa parte del suo stesso funzionamento.”

Guy Debord, Commentari sulla società dello spettacolo.  

Qualche giorno fa, a 40 anni dal tentativo di una rivoluzione radicale della vita e di chi tentava di impossessarsene, proprio negli stessi luoghi, si è tenuta una delle varie tappe di pubblicità di una svendita totale degli elementi e dei principi che nel 1968 costituivano ancora un terreno di base per l'abbattimento effettivo dei meccanismi di coercizione.

Alcuni settori di quel che rimane del fermento studentesco, fagicitato dai partiti di base, di cui di fatto ne costituiscono l'ala movimentista, ha fatto irruzione in un'aula dell'Univesrita di Milano dove si teneva un convegno organizzato da uno dei tre sindacati di Stato che in campagna elettorale discuteva delle legge 194 esprimendo una netta quanto apparente presa di posizione antiabortista in compagnia di medici, scienziati e una rosa di politicanti tra cui alcuni cattolici teodem che verranno candidati tra le stesse fila di quei sindacalisti paladini delle donne organizzatori dell'incontro.

L'azione non si è rivelata nient'altro che la rivendicazione di un posto riconosciuto e a pieno titolo tra i burattini che i media ogni tanto rispolverano per legittimare il carattere democratico della nostra epoca in quanto preparata con scrupolo assieme a quei giornalisti e fotografi che da tempo costituiscono la manovalanza più subdola del rovesciamento completo della realtà che consente di perpetuare gloriosamente gli scempi più orribili che la società postmoderna crea con l'appoggio inebetito di masse di spettatori.

Questa pratica scandisce oramai da anni il silenzio imbarazzante dei professionisti di movimento che pur di lasciare il loro ruolo di referenti degli universitari preferiscono alle pratiche materiali e dirette del conflitto che fondano la base delle relazioni e del loro estendersi, pratiche mediate che offrano un ampilficatore sicuro ma che di certo alienano ed estraniano dal contesto sociale in cui si vive e che si trasforma così sempre più in una mera vetrina di riferimento.

Potendo rifiutare di accettare la presenza in ateneo dei maggiori responsabili della precarizzazione del personale e dei ricercatori che proprio in questi giorni si stanno mobilitando in tutta Italia con gruppi autorganizzati o sindacati di base contro i risultati di una politica concertativa, e mettere in luce come questa linea riformista si ripeta con continuità anche nell'appoggio a correnti e partiti che hanno abiurato il laicismo e da tempo si prostrano nei confronti del Vaticano, si è scelto invece, ignorando del tutto la comunità universitaria e le sue lotte interne, di mendicare ai futuri governanti l'insegnamento nelle scuole delle tematiche legate alla sessualità, l'aumento dei finanziamenti alle cliniche pubbliche e un vero diritto di cittadinanza per le lesbiche e gli omosessuali.

Lo sgomento generale che si è alzato dagli spettatori, increduli che i contestatori proponessero le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi fino a poco prima discussi ha sancito la fine definitiva di ogni radicale tentativo di fare espoldere le contraddizioni che si nascondono dietro l'apparenza che bisogna saper scalfire.

Conquistare lo statuto mediatico necessario per approdare ai canali di comunicazione implica una rinuncia alla sotanza dei contenuti, mercanteggiati con gli scribacchini di turno affinchè abbiano possibilità di accesso e se è esso a costituire la massima importanza quello che si è in grado di mettere in campo e creare con le proprie forze non ha più lo stesso valore o addirittura viene meno. E' il sistema stesso che organizza e controlla la sua critica imponendo i suoi dettami. Le rivoluzioni che nel 1968 hanno toccato vari paesi del mondo hanno fallito nel non aver eliminato il nervo più vitale della società mercantile oramai appropiatiosi di ogni spazio: il sistema mediatico continua a legittimare quello che è attuale, espandendo l'ignoranza e il falso a cui qualcuno oggi vorrebbe persino partecipare.

Non c'è nessuna vertità definitiva ma l'esigenza di una lotta complessiva e unitaria per la quale occorre riaquisire il concreto che la vita e il suo porsi offrono.

_sinope

(un abbraccio sincero a chi ha scelto lo spazio aperto del mondo per sfuggire alle angustie della sorveglianza speciale e di quanti sono perseguiti per aver scelto la vivacità del conflitto ai noiosi copioni già scritti).


Corri nel bosco.

Generale — Inviato da dlames @ 19:13

"Da sempre l'uomo ha cercato di evitare le città. La libertà fisica, spirituale, etica non si accorda infatti con l'aria di città".

Ernst Junger, "La Mobilitazione totale", 1960. 

 

La vitalità del nostro corpo costituisce una parte fondamentale della libertà umana e del suo raggiungimento. Nella nostra epoca stiamo assistendo a una vera e propria mutilazione con la quale la violenza della società del consumo vuole imprimere su ogni singolo il proprio marchio di possessione: la maschera contro lo smog.

Scelta volontaria per mantenere integre le proprie vie respiratorie che mantiene l'illusione della libertà del volere, mentre la nostra relazione con l'ambiente, con l'aria e con la natura risulta profondamente compromessa. Non la si consideri una protesi, un aggiustamento a delle mancanze del nostro organismo come avviene per le lenti a contatto o gli apparecchi acustici, deve invece rispondere a dei danni irreversibili che derivano dall'azione umana stessa e dalla sua organizzazione; sono maschere che alterano quei segni del volto che fanno la persona e ne permettono il riconoscimento. Stiamo diventando anonimi e irriconoscibili già a prima vista, si sta perdendo forse anche la potenza dello sguardo senza il quale tra uomini macchine e energia vitale corre una abissale differenza. 

Non sono sicuro che la metropoli costituisca il terreno privilegiato su cui impostare il percorso verso la riappropriazione di ciò che ci viene tolto se il prezzo da pagare è la perdita e lo svuotamento della identità e dei rapporti.


Gloria alla moda

Generale — Inviato da dlames @ 20:37

Gloria della moda.

Nella società postmoderna uno dei tanti mezzi di controllo della vita reale e del corpo è la moda a tal punto che siamo oggi tutti uniti dall'essere cittadini della moda. Cittadini perché la moda è il nodo focale anche dell'inclusione o dell'eventuale esclusione dell'altro nella società: se sei vestito con maglie troppo larghe o corte non vieni riconosciuto come avente diritto al far parte della società, guardato a vista, accantonato, e non solo da un punto di vista politico ma ancor più relazionale.

E non è un caso che se la moda ha la possibilità di promuoverci la maggior parte delle volte ci abbassa e ci schiaccia perché il suo principio centrale è il rendere obsoleta la cosa nuova per poterla immediatamente sostituire da un'altra da immettere nel mercato.

Moda deriva da modus in latino, cioè forma, modo e scala ma l'etimologia non aiuta a cogliere il meccanismo che nasconde: è considerata legata all'abbigliamento, o è intesa come meccanismo, logica, atteggiamento di cui i vestiti non sarebbero che la componente materiale. In questo secondo caso si distinguerebbe per il cambiamento continuo e il considerare questo cambiamento come elemento di distinzione sociale, che ci rende ostaggi di boutique, shopping e compulsioni varie.

E' un continuo rincorrere che offre l'illusione di darci maggiore personalità mentre ci lascia in balia di una mancanza di significato imbarazzante perché ogni cosa che portiamo è subito superata. Identificandoci con ciò che abbiamo e portiamo siamo superati noi stessi che non riusciamo a raggiungere la pienezza a cui aneliamo.

Quindi la moda finge di aderire e rispondere alle nostre più profonde esigenze mentre è pura superficialità che si serve dei nostri desideri, istinti e gusti per alimentare un sistema economico che fa della nostra vita qualcosa da aggirare e spremere il più possibile. La moda è il capitalismo che si auto giustifica: questo suo rendersi per noi necessari elimina ogni dubbio su di esso.

Ogni contro-moda o anti-moda è futile resistenza; non ci resta che renderle omaggio con gloria, cioè rincorrerla, implorarla e considerarsi fortunati di essere inclusi al godimento di essa? Stare in pace, per quanto mediocre che sia?.

 

Come si è fatto bene a distinguere gli uomini dalle qualità esteriori piuttosto che da quelle interiori! Di noi due chi passerà avanti? Chi cederà il posto dell'altro? Il meno capace? Ma io sono capace quanto lui: ci dovremmo battere per questo. Egli ha quattro lacchè, ed io non ne ho che uno: ciò è chiaro; basta contarli; tocca a me cedere, sono uno stupido se lo contesto. Con questo mezzo, eccoci in pace, che è il più grande dei beni.”

 

Pascal, “Pensieri”, fram. 302.

 


12-12-2007: più milano in lotta.

Generale — Inviato da dlames @ 20:44

"La prima volta è una tragedia, la seconda soltanto una farsa”

 

Il 12 Dicembre, a Milano in particolare e in tutta Italia, è un giorno particolare in cui mantenere viva l'attenzione sulla natura violenta e criminale delle istituzioni statali che nel lontano 1969 non esitarono a fare uso di parti di servizi segreti e di gruppi fascisti per stroncare il nascente movimento rivoluzionario.

Oggi, pur respingendo le pretese di chi vorrebbe paragonare Piazza Fontana a Piazza Alimonda per poterne succhiare avidamente quel portato simbolico che permette ai suoi dirigenti di mantenere in vita l'oramai sterile “movimento dei movimenti”, occorre ricordare che la repressione colpisce ancora quegli individui che lottano quotidianamente con le pratiche dell'auto-organizzazione e dell'azione diretta per l'eliminazione delle galere, delle autorità, del militarismo e che personalmente fanno rivivere il significato dell'oppressione statale che qualcuno vorrebbe dimenticare in soffitta per rispolverare strumentalmente ogni tanto sotto forma di memoria storica o eccezionale evento da spettacolarizzare.
 

Invece, a due anni esatti dalla parata elettorale che aveva mostrato anche ai più increduli la tragica fine della pratica dell'autonomia del movimento studentesco milanese consacrato all'altare della sfida elettorale del “radicale” Dario Fo, gli stessi organizzatori che non avevano esitato a gettare in pasto a disegni rifornisti la figura di Valpreda e di Pinelli si sono ripresentati in piazza per confermare uno statico quanto ordinato corteo.

Quest'anno però una farsa senza nemmeno il giullare a risollevare le sorti ed i numeri è stata trasformata da alcuni disgustati presenti in una pratica di riappropriazione dello spazio urbano e delle proprie reali capacità conflittuali muovendosi spontaneamente da Piazza Fontana fino al carcere di S. Vittore per portare la propria solidarietà agli ergastolani in lotta per l'abolizione dell'ergastolo e ai prigionieri arrestati il 12 Febbraio che quello stesso giorno avrebbero subito un processo.

 

Il coinvolgimento di molti studenti presenti al “tradizionale” corteo e il mettere in atto azioni scaturite dalle spontanee energie di gruppo è stata per alcuni un fastidioso esempio di come la liberazione di ognuno non passa dalla continua mediazione con gli organi di stampa e delle forze di polizia, principali responsabili delle montature di ogni tempo, da Piazza Fontana agli ultimi avvenimenti di Bologna, Spoleto e Firenze.

 

(questo non è un resoconto né un comunicato ufficiale)


L' ex cattolico Negri cade così.

comunicazione politica — Inviato da dlames @ 22:38

"Le tesi di Eusebio sulla solidarietà fra l'avvento di un unico impero modano, la fine della poliarchia e il trionfo dell'unico vero dio presenta delle analogie con le tesi di Negri-Hardt, secondo cui il superamento degli Stati nazionali nell'unico impero globale capitalista apre la via al trionfo del comunismo. Mentre la dottrina del parrucchiere teologico di Costantino (Eusebio), aveva però un chiaro significato tattico ed era funzione non di un antagonismo ma di un alleanza fra il potere globale di Costantino e la Chiesa, il significato delle tesi di Negri-Hardt non può certo essere letta nello stesso senso e resta, perciò, quantomeno enigmatica."

Giorgio Agamben, "Il Regno e la Gloria"


La rapida fine.

Generale — Inviato da dlames @ 11:21

"Bisogna che il popolo non avverta la verità dell'usurpazione; la legge è stata un tempo introdotta senza fondamento razionale, poi è diventata ragionevole; bisogna farla credere autentica, eterna e nasconderne l'origine se se ne vuole evitare una rapida fine".  Blaise Pascal (1658).

Non ricordo per niente chi ma qualcuno nei primi anni'20 riteneva che il rivoluzionario, l'anarchico, in fondo si nascondeva in ognuno di noi per emergere almeno una volta nella vita. Anche se le parole sopra sembrano confermare questa tesi, trattandosi di Pascal un conservatore apologeta del cristianesimo, un sostenitore dell'adagiamento e del conformismo, comincio a preoccuparmi: che il ribellarsi faccia parte della normalità comportamentale di ciascuno di noi!

Poi mi vengono in mente le aspre e violente dispute con cui lo stesso Pascal invitava i giansenisti a scagliarsi contro l'autorità della Chiesa che si ostinava a non riconoscerli. Muoversi come una MACCHINA nella vita terrena, abituarsi a atti religiosi formali e a virtù esteriori conformi alle consuetudini per ruffianarsi la grazia divina, ma lottare come ossessi per far valere la propria vera verità su Dio è un compito che nessuno può tralasciare.

Così vivere nelle stesse dinamiche oppressive per non venire estromessi ma riconosciuti dal nemico che ci sovrastsa e che si combatte è quasi naturale, come imporre fedelmente le proprie etichette, le proprie teorie e i propri termini ovunque, perchè lottare non è divertimento ma questione di governance, indirizzare e dirigere a tutti i costi.

Quasi che fosse in gioco la salvezza.


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