Gli apologeti della nuova democrazia, eccoli.
"L'ipocrisia è il vizio della moda"
Persino tra i nuovi teorici della democrazia spicca incredibilmente una tendenza critica verso questo sistema che pur partendo da presupposti facilmente comprensibili che farebbero impallidire qualsiasi militante affacendato a nascondere il vero significato della sua adesione ad un partito non più di massa (la carriera politica), arriva a concludere in favore di una soglia minima della democrazia, accomodante verso gli interessi del potere e del mercato. Non in modo sotterraneo, anzi, quasi ci sia una consapevolezza che taluni difetti, benchè strutturali, non siano poi così tali da meritare un aggiustamento se sfruttabili in termini di utilità: i numerosi germi della malattia della democrazia rappresentativa vengono individuati e analizzati in modo compiacente, cinico o ipocrita.
In "Capitalismo socialismo democrazia", ad esempio, di J. A. Schumpeter si avanza l'idea che la democrazia odierna non si basi più sul principio classico di derivazione roussoiana della volontà generale dei cittadini che legittima con la partecipazione le decisioni politiche, ma questo, che viene tutt'ora spacciato come fondante e valido motivo del meccanismo elettorale e della delega, è completamente superato, ci spiegano. Lo Schumpeter ripreso in Italia dallo studioso e pennivendolo Giovanni Sartori indica come nuova funzione del voto la passiva scelta di una leadership necessaria che come nell'attività commerciale è in lotta (talvolta, si capisce, anche in modo fraudolento) con altre elites politiche che tentano di conquistare i cittadini come normalmente ci si comporta con i consumatori. In un periodo elettorale come questo non può sfuggire come persino gli apologeti della democrazia non possano fare a meno di mettere in evidenza i limiti della macchina politica per fugare ogni dubbio o rivendicazione affermando che non c'è altra alternativa possibile all'amara contingenza delle cose.
Lodevole tentativo è quello di considerare l’elettore medio che diversamente dall’ambito professionale in cui spende nevroticamente ogni attimo della sua vita, in politica è dunque infantile tendenzialmente primitivo e intellettualmente piatto a tal punto da costringere a risolvere già nell’ambito dei partiti stessi il grosso della politica che conseguentemente debbono servirsi di programmi elettorali “comprensibilmente e straordinariamente simili” come uno specchio delle allodole per la conquista del potere politico che si basa sul consenso come di una merce da accaparrarsi a tutti i costi in quanto unico compromesso possibile tra libertà reale e effettiva e imprescindibile, in quanto ultimo ultimo argomento di giustificazione di una democrazia da difendere a tutti i costi, pur ricorrendo all’alibi del “realismo” per formulare improbabili motivazioni.
Come se non fosse già chiaro , il potere dell’elettorato consiste dunque esclusivamente nello “scegliere chi ci governerà” e la democrazia è salva se a malapena esiste un minimo di concorrenza tra gli elettori o anche solo la possibilità di non votare per un governo che tradisca le sue aspettative (Schumpeter).
Ma un potere che arriva a considerare una pratica normale e integrante della democrazia il non voto che fino a poco tempo fa (ma ancora oggi in realtà) incuteva timore è nei fatti costretto ad una capovolta recuperatrice del dissenso crescente che stavolta non riuscirà nemmeno con la doppiezza e l’ipocrisia sugli allarmi dei sentimenti di antipolitica, in realtà utile e gradito sostegno di chi finge di essere costretto a rinnovarsi vedendo così un riconoscimento della sua assoluta insostituibilità.
Constatando come l’omologazione e la passività siano diventate parti integranti delle teorie della democrazia che sfruttano abilmente a loro piacimento i peggiori prodotti che il lavoro, la moda, la coercizione impongono contribuendo a diffondere il terrore del conformismo, incruento nei suoi effetti vicini ma immediatamente violento perché porta irrimediabilmente ad accettare ogni decisione presa sulle nostra testa ma col nostro appoggio indiretto, occorre sempre più urgentemente distruggere l’apatia e l’indifferenza che i meccanismi di potere costruiscono per incrementare affermando il primato dell’individuo sui numeri, sugli inganni sulla delega e sull’elezione, ponendo le condizioni per una concreta autogestione integrale della vita che elimini definitivamente il vuoto irriconoscibile che di fatto costituisce un morbido totalitarismo di dominio.
