E’ sufficiente una protesta non violenta?

di Gunther Anders Stern

 

Il tradimento
Il livello pre-rivoluzionario della nostra
lotta contro i preparativi di annientamento totale, quello che
consiste in atti simulati, sentimentali e simbolici, appartiene
oramai al passato. Andare oltre questo livello di violenza, o
piuttosto di non-violenza, è certo in contraddizione con quei
princìpi e tabù cui ci siamo sempre attenuti — quanto
meno io da parte mia non ho mai cessato di farlo — fin dalla Prima
Guerra mondiale, e che a dire il vero considero inviolabili; il che
mi mette d’altronde in una condizione che non ho nessuna voglia di
descrivere.
Ma quando uno dei padroni del mondo ritiene, com’è
successo da poco, di divertire il proprio uditorio annunciando con un
largo sorriso che sta per dare l’ordine di bombardare l’Unione
Sovietica, e allorché il suo pubblico nell’udire questa
sinistra burla gli si stringe con affetto come un sol uomo, è
nostro dovere adottare un nuovo comportamento e bandire d’ora in
avanti qualsiasi gentilezza e moderazione: perché non esiste
pericolo più serio dell’assenza di serietà negli
onnipotenti. Rimanere oggi misurati e ossequiosi sarebbe non solo
dare prova di indifferenza ma anche un segno di viltà,
significherebbe tradire le generazioni future. Contro i mostri
minacciosi che, mentre le foreste scompaiono, assurgono al cielo per
trasformare la terra in un inferno, una «resistenza
non-violenta» non ha effetto alcuno; non è con discorsi
e preghiere, né con scioperi della fame e tanto meno con
adulazioni che li cacceremo. Tanto meno se c’è chi approva
l’utilizzo di tali mostri e ne favorisce la disposizione,
considerando la minima contraddizione che opponiamo loro —
foss’anche la più legittima — o la minima resistenza —
foss’anche la più simbolica — una forma di violenza.
No,
dobbiamo attaccare fisicamente adesso e rendere sistematicamente
inutilizzabili questi mostri che ci hanno invaso e che, minacciando
di diffondere il caos o piuttosto di riportare la terra allo stato di
caos primordiale, costituiscono una minaccia permanente per l’umanità
e ci fanno piombare in uno stato di urgenza generalizzato.

Morale
è ciò che è nuovo
Ma questo è
ancora insufficiente. Questa stessa decisione potrebbe rivelarsi
assurda — sì, assurda per modestia. Giacché troppo
elevato è lo scarto fra l’enormità, o meglio la
perfezione tecnica, degli apparati di distruzione (così come
delle armi utilizzate dalla polizia per proteggerli) e la primitività
(pensateci bene!) delle nostre armi: delle nostre seghe manuali,
delle nostre cesoie, delle nostre chiavi. E se dico «pensateci!»
è perché agli occhi degli uomini che detengono il
potere e dispongono della violenza, la rozzezza di queste armi, già
disonorevole, è talmente ridicola da diventare offensiva. In
altre parole, essi credono che solo strumenti in grado di competere
con i propri — solo armi tecnicamente più raffinate —
siano degni d’essere presi sul serio. Qualsiasi cosa tecnicamente
primitiva è per loro, da qualsiasi punto di vista (compreso
quello etico), indegna d’essere presa in considerazione. Per questo
motivo sono fermamente convinti che sia più morale spargere
gas lacrimogeno nell’aria su centinaia di manifestanti piuttosto
che lanciare volgari pietre afferrate da terra. Per loro, il modo più
moderno di uccidere è anche il meno criticabile. Viceversa:
essere feriti da una coltellata (e non da una bomba a neutroni ultimo
grido) sarebbe davvero mediocre e infamante. Alla fine del secondo
millennio si avrà pur il diritto di esigere di venir
combattuti con armi più moderne di semplici pietre! «Moriamo,
sì, ma moriamo moderni!».

Uccidere cose
inanimate è sufficiente?

Tale è la disparità
tecnica tra le considerevoli armi del nemico (comprese quelle
altamente moderne della polizia che le protegge) e le armi utilizzate
dai manifestanti per difendersi (che a malapena si possono definire
«armi», si tratta per lo più di richieste d’aiuto
sotto forma di oggetti), che è comprensibile il disfattismo di
chi ritiene che lo scontro fisico sia semplicemente senza speranza.
Di fatto, questo divario è paragonabile a quello esistente fra
le armi da fuoco utilizzate dalle forze coloniali nel secolo scorso e
le frecce di bambù con cui i congolesi tentarono
disperatamente, ma invano, di opporre una qualche resistenza. La
differenza tecnica aveva determinato l’esito del conflitto, a spese
ovviamente di chi era inferiore tecnicamente. Allo stesso modo il
nostro uso della violenza, rivolta esclusivamente contro oggetti
inanimati, non sarebbe o non è più di un’azione
simbolica a paragone con gli strumenti di cui dispone il nostro
nemico e con la violenza che può esercitare. D’altronde,
chissà che il mostruoso sviluppo della tecnica (che possiamo
definire «rivoluzione», forse addirittura la più
importante rivoluzione conosciuta dalla storia dell’umanità)
non abbia ridotto a zero ogni possibilità di rivoluzione
politica — il che costituirebbe ovviamente un’altra rivoluzione,
un importante avvenimento storico, benché di segno negativo,
dello stesso genere della scomparsa di tante specie.
Limitarsi ad
attaccare e «uccidere» solo cose inanimate (questo è
quanto gli indecisi si consentono di fare) è insufficiente e
inefficace. E questo non solo perché questi attacchi riescono
a malapena a scalfire il loro bersaglio. No, la ragione per cui è
insufficiente e assurdo accontentarsi di danneggiare e distruggere
cose inanimate (che hanno in sé la potenzialità di
uccidere milioni di esseri umani), è che possono essere
sostituite in ogni momento e senza alcuna difficoltà, come
qualsiasi altro prodotto nell’èra della produzione di massa.
La loro distruzione è quindi inutile. Inoltre, non riuscendo
il consumo a seguire il ritmo dei bisogni della produzione in nessun
ambito, i prodotti oggi sono troppi, il che li rende indistruttibili
o — per dirla in modo solenne — immortali. Per questo minacciare
di danneggiarli ha senso ed effetto solo se cerchiamo anche di
spiegare alle persone coinvolte nella produzione, nell’attuazione e
nell’eventuale loro uso, che il trattamento che finora abbiamo
riservato soltanto ai loro prodotti (il verbo «infliggere»
sarebbe qui fuori luogo) non è che un assaggio di quel che
saremo costretti ad infliggere loro. Dato che loro ci terrorizzano
costantemente, potrebbero ben ritrovarsi a propria volta
costantemente impauriti e costretti senza tregua a stare in guardia —
tutti, senza eccezione, e senza un ordine prestabilito. Affinché
ai nostri figli e ai figli dei nostri figli sia finalmente garantita
la sopravvivenza. E dico appositamente che siano finalmente garantiti
e non che continuino ad esserlo.

Il tabù
infranto

Non ho scritto queste ultime spaventose frasi alla
leggera, come si formula una qualsiasi ipotesi, una opinione o una
recriminazione. Poiché, nel corso degli anni che ci separano
dalla guerra, il fatto che degli uomini possano uccidere altri uomini
e possano anche prendervi un certo gusto non ha mai smesso di
sbalordirmi. Fin da bambino non ho mai pronunciato il verbo
«uccidere» senza una certa esitazione, come se il suono
di questa parola fosse altrettanto micidiale dell’atto che
indica.
Ecco perché scrivo e sono costretto a scrivere
questa parola pieno di spavento e di incredulità, dato che per
sopravvivere non esiste altro mezzo se non minacciare quelli che ci
minacciano. Chi mi sta obbligando ad infrangere il tabù
dell’omicidio può star certo che non riuscirò mai a
perdonargliela.
Esigo ed ho il diritto di esigere che non mi si
accusi di leggerezza se in conclusione ribadisco: se vogliamo
assicurare la sopravvivenza della nostra generazione e quella delle
generazioni future (una sopravvivenza che possiamo solo auspicare),
non esiste alternativa; non c’è altro mezzo che quello di
informare chiaramente chi persiste a mettere in pericolo la vita
sulla terra attraverso l’uso dell’atomo — poco importa se a
scopo «bellico» o «pacifico» — e continua a
rifiutare sistematicamente ogni trattativa volta a porvi fine, che
d’ora in avanti dovrà considerarsi un nostro bersaglio. È
per questo che dichiaro, con dolore ma con determinazione, che non
esiteremo a uccidere quegli individui che, per mancanza di
immaginazione o di cuore, non esitano a mettere l’umanità in
pericolo e a rendersi così colpevoli di crimini nei suoi
confronti.

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Continuare il conflitto agitare l’università

 

 

 

il lavoro è il sabotaggio della vita:sabotiamo il lavoro”

 

 

Anche a Milano come in tutta Italia cresce sempre di più l’opposizione alla legge 133 del 6 Agosto che aggiunge un ulteriore passo in avanti nel processo di precarizzazione degli studenti, di privatizzazione dell’istruzione e appiattimento dei saperi.

Essa prevede un taglio del F.F.O. (Fondo di Finanziamento Ordinario) di un miliardo e quattrocento milioni di euro nei prossimi cinque anni, la possibilità delle Università di trasformarsi in fondazioni di diritto privato e il blocco del turn over del personale al 20% (ovvero su 10 dipendenti che andranno in pensione se ne potranno assumere solo due).

 

La riforma Gelmini-Tremonti dunque pur non essendo organica e strutturale modifica ulteriormente le linee guida dello sviluppo del sistema universitario che da almeno un decennio sono state intraprese per renderla sempre più funzionale agli interessi delle imprese: per questo deve essere bloccata senza perdere di vista quegli elementi di fondo su cui poggia da tempo con continuità questa tendenza e che persistono oltre questi momenti emergenziali e artificiali di attenzione sul problema. Affinché questa lotta sia effettivamente conflittuale, duratura e non di mera difesa dello status quo non è possibile limitarsi a inseguire rivendicazioni contro l’aumento delle tasse o per la riaffermazione del ruolo statale nella formazione, l’aumento dei finanziamenti pubblici e la riqualificazione del lavoro cognitivo, ma piuttosto occorre interrogarsi sul ruolo dell’Università nella società e sul tipo di studente che essa intende formare, perché la revoca di un disegno di legge è senz’altro un obiettivo da condividere ma che non può essere vincente se non supportato da un modello alternativo e offensivo da costruire nell’immediato. Non c’è peggiore sconfitta della caduta nel vuoto toccando il traguardo.

 

L’università non è mai stata neutrale; attivarsi per un suo cambiamento significa ripensare radicalmente il mondo in cui viviamo: la separazione dello studente dal mondo, l’idea di un insegnamento inteso come mera trasmissione dei saperi, i corsi finalizzati all’apprendimento di nozioni utili esclusivamente alla produzione indicano come gli atenei siano una pedina fondamentale per il mantenimento di una posizione posizione incontrastata di dominio e sfruttamento del capitale.

Sarebbe erroneo considerare come taluni1 un presunto disinteresse delle imprese italiane ad investire nella formazione e della ricerca adducendo che esse abbiano svolto da sempre un ruolo parassitario rispetto all’investimento statale rinunciando all’innovazione, piuttosto si dovrebbe parlare di un forte riassestamento in cui saperi più produttivi troveranno maggiore spazio a discapito di quelli non direttamente implicabili nel processo mercantile. Questa paura della dismissione totale dell’università a sé stessa è totalmente ingiustificata se non per sostenere che le aule universitarie siano un luogo sostanzialmente libero da rapporti di potere e interessi consistenti dove costruire presunte “istituzioni del comune”, un’area pubblica e libera in cui sia possibile rivendicare un salario minimo per il lavoro della cognizione.

Ma una società con dominio dello spettacolare integrato come è quella in cui ci troviamo la merce realizza la sua colonizzazione totalitaria delle forme di vita tramite lo sviluppo centrale del lavoro cognitivo quale pubblicità, mezzi di comunicazione e creazioni di visioni del mondo e percezioni che ci fanno desiderare il consumo e il sapere necessario al funzionamento delle macchine da cui dipendiamo sempre di più. Questo nostro essere ingranaggi indispensabili non può essere ripagato semplicemente con il riconoscimento di un reddito senza pensare ad un superamento di questo meccanismo ben lubrificato dalle nostre energie. Se il nostro stesso essere coincide con un fare individuale che lo trasforma in lavoro perchè caratterizzato dalle produzioni intangibili di ogni relazione umana e affettiva, allora dovremmo sbarazzarci di questa immanente attività lavorativa invece che di valorizzarla e distinguere il vivere dal lavoro. Anche se questa forma di lavoro vivo stia nella fase attuale superando l’importanza di quello morto e consuetudinario di esecuzione non toglie che la sua subordinazione allontani la possibilità di un suo utilizzo autonomo2, a meno che non si facciano i conti con quei meccanismi che ci svuotano l’interiorità e ci condannano ad un esistenza legata al falso bisogno.

 

La struttura universitaria non è vittima della crisi globale dell’economia ma essa stessa è a tutti gli effetti parte decisiva e centrale di questo corso nel quale è pronta ad immedesimarsi in ogni momento: dal punto di vista teorico e pratico occorre dispiegare percorsi che vadano a demistificare e attaccare quei meccanismi di mercificazione della conoscenza che colpiscono direttamente la condizione dello studente, e il ruolo dei saperi scientifici e umanistici perché la loro indipendenza sarà raggiunta solo se sapranno liberarsi e non integrarsi con la produzione, sia essa sociale, cooperativa o neoliberista mettendo in atto un percorso che non sprofondi in pretese e richieste di miti sociali come il reddito sociale garantito in un quadro di esaltazione del ruolo del lavoro, ma che si dispieghi in vera riappropriazione.

 

L’università-esamificio, emblema della fabbrica sociale in cui siamo immersi, impone ritmi da catena di montaggio in modo tale da favorire un forte processo di selezione e pure una maggiore estraneità dello studente che deve scegliere se impegnarsi a tempo pieno nello studio o lasciarsi catturare dalla condizione di lavoratore-studente in cui è in ogni caso già condannato: se in passato il percorso universitario portava alla costituzione ed al ricambio dell’elitès politica, oggi come obiettivo principale pone la plasmazione di soggetti inebetiti dalla mancanza di qualsivoglia spirito critico o metodo di analisi indipendente , presupposto del dilagare dell’immediata passività ed accettazione di cui anche l’istituzione universitaria si serve.

 

Nel campo del sapere scientifico è ad esempio sempre più lampante ed insopportabile lo stretto legame della ricerca alle necessità lucrative delle multinazionali soprattutto negli ambiti farmacologico e biotecnologico dove emerge la logica dello specialismo dei ricercatori che si trasforma in autoritarismo quando si vogliono confinare tra le mura dei laboratori temi riguardanti la profonda mutazione dell’esistente. I poli universitari insieme ad aziende, multinazionali ed associazioni del settore si prestano a legittimare scientificamente, sostenere e dove sia necessario fornire giustificazioni etiche al controllo totale sul vivente vegetale ed animale oltre che sull’ambiente.

 

L’Università degli Studi, come messo in luce dall’azione dell’ALF (Animal Liberation Front) nel Dipartimento di Farmacologia nell’Aprile 2006 pratica crudeli esperimenti di vivisezione su topi transgenici, cavie e cani che venivano torturati da anni in un contesto di presunta neutralità morale, sperimentazioni violente come queste nascondono la tendenza generale alla appropriazione dei corpi resi oggetti da una falsa differenza rispetto alla specie dominante, la quale però costutisce il successivo passo di applicazione di questo principio di base.

 

L’Università degli Studi ha recentemente sostenuto ed ospitato, il Nanobioforum 2008 sottolineando ulteriormente in quali meccanismi sia apertamente integrata: la brevettabilità e la manipolazione del vivente che spiana la strada del controllo delle fondamenta genetiche di ogni essere per poterlo rendere commerciabile. Ci si prepara al trasferimento di geni tra specie senza alcuna affinità considerando gli organismi viventi e le strutture che li costituiscono e ne regolano l’esistenza da milioni di anni come elementi a cui la scienza e la tecnologia possa attingere come da una scatola degli attrezzi e in cui le conseguenze di questo sconvolgimento passano sempre in secondo piano rispetto alle rendite dei brevetti che per esempio costringono contadini sudamericani a pagare le multinazionali per seminare le loro colture.

 

L’Università degli Studi inoltre si è impegnata ufficialmente nel sostenere la candidatura della città ad organizzare l’Esposizione Universale del 2015, sempre con la collaborazione di istituzioni di ogni livello e multinazionali. Questo evento-vetrina dietro gli ingenti investimenti in immagine e di comunicazione per costruire un’eticità del progetto, nasconde una cementificazione selvaggia e una speculazione edilizia sfrenata simbolo ancora una volta del prevalere del mercato sull’uomo e l’ambiente che l’ateneo propone assecondando il modello di sviluppo neoliberista.

 

Nel campo delle scienze sociali, economia politica in testa, assistiamo alla loro trasformazione in strumenti ideologici in supporto al sistema capitalistico presentato come il solo modello razionale e l’unico possibile in cui i sindacati e i fannulloni rallentano la concorrenzialità del mercato in contrapposizione alle istanze conflittuali e di rivendicazione, naturalmente incomprensibili e irrazionali. Di fronte all’acriticità spiazzante che si respira nei programmi di studio emerge un potente mezzo di propaganda e di legittimazione della miseria del presente.

 

Per questo crediamo che sia sempre più necessario unire il disagio delle condizioni studentesche con la continua costruzione di insubordinazione e insofferenza verso la mercificazione diffusa e l’onnipresente principio d’efficienza. Noi non ci spendiamo per difendere l’università baronale e le sue logiche clientelari e di cooptazione e per questo l’alleanza con i docenti e i ricercatori non deve essere un presupposto ma semmai un obiettivo da raggiungere dopo la messa in discussione di quelle logiche che spesso essi hanno sostenuto o assecondato. Ogni qual volta che le istanze critiche degli studenti parlavano di temi tollerati, in parte condivisi o confinanti con gli interessi delle gerarchie accademiche hanno potuto trovare spazio se non addirittura appoggio, ma laddove queste istanze si sono estese alla riflessione sul sistema bancario di crediti e debiti o della rappresentanza, al tipo di saperi, alla necessità di luoghi di socialità, esse sono state prontamente represse con tanto di esplicita invocazione delle forze coercitive statali da parte di quelle stesse componenti universitarie “progressiste” che oggi chiedono a gran voce l’unità nella lotta per un vuoto diritto allo studio affermando di voler addirittura sostenere eventuali occupazioni.

Questo è quanto è avvenuto con gli sgomberi delle aule occupate l’anno scorso nelle Facoltà di Scienze politiche e di Lettere e Filosofia, oltre che con le incursioni degli studenti ai Career Day, alle presentazioni dei corsi di laurea e dei numerosi convegni che l’università preferisce lasciare alle aziende che ad iniziative studentesche.

 

Trasformare la società e cambiare l’Università sono per noi la stessa cosa: ridere sulle macerie degli interessi che entrambe sostengono; per questo è indispensabile continuare a creare una alternativa reale di autogestione al loro interno dove dare libero spazio a forme di vita ribelli all’annichilimento costante, creare momenti di autoformazione e socialità come ripresa del proprio spazio-tempo e vivere le lotte non come simboliche o finalizzate ad un obiettivo parziale ma come liberazione da ogni utilitarismo per costituire momenti in cui la decostruzione e la critica radicale lascino emergere l’esigenza di relazioni orizzontali, piaceri e desideri che lascino sfogo all’esistenza e alla sovversione.

 

 

 

Milano-Ottobre 2008

1. Appello per assemblea delle reti studentesche e della formazione

2Documento politico nazionale Uniriot, www.uniriot.org

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Gli apologeti della nuova democrazia, eccoli.

"L’ipocrisia è il vizio della moda"   

 

Persino tra i nuovi teorici della democrazia spicca incredibilmente una tendenza critica verso questo sistema che pur partendo da presupposti facilmente comprensibili che farebbero impallidire qualsiasi militante affacendato a nascondere il vero significato della sua adesione ad un partito non più di massa (la carriera politica), arriva a concludere in favore di una soglia minima della democrazia, accomodante verso gli interessi del potere e del mercato. Non in modo sotterraneo, anzi, quasi ci sia una consapevolezza che taluni difetti, benchè strutturali, non siano poi così tali da meritare un aggiustamento se sfruttabili in termini di utilità: i numerosi germi della malattia della democrazia rappresentativa vengono individuati e analizzati in modo compiacente, cinico o ipocrita.

In "Capitalismo socialismo democrazia", ad esempio, di J. A. Schumpeter si avanza l’idea che la democrazia odierna non si basi più sul principio classico di derivazione roussoiana della volontà generale dei cittadini che legittima con la partecipazione le decisioni politiche, ma questo, che viene tutt’ora spacciato come fondante e valido motivo del meccanismo elettorale e della delega, è completamente superato, ci spiegano. Lo Schumpeter ripreso in Italia dallo studioso e pennivendolo Giovanni Sartori indica come nuova funzione del voto la passiva scelta di una leadership necessaria che come nell’attività commerciale è in lotta (talvolta, si capisce, anche in modo fraudolento) con altre elites politiche che tentano di conquistare i cittadini come normalmente ci si comporta con i consumatori. In un periodo elettorale come questo non può sfuggire come persino gli apologeti della democrazia non possano fare a meno di mettere in evidenza i limiti della macchina politica per fugare ogni dubbio o rivendicazione affermando che non c’è altra alternativa possibile all’amara contingenza delle cose.

Lodevole tentativo è quello di considerare l’elettore medio che diversamente dall’ambito professionale in cui spende nevroticamente ogni attimo della sua vita, in politica è dunque infantile tendenzialmente primitivo e intellettualmente piatto a tal punto da costringere a risolvere già nell’ambito dei partiti stessi il grosso della politica che conseguentemente debbono servirsi di programmi elettorali “comprensibilmente e straordinariamente simili” come uno specchio delle allodole per la conquista del potere politico che si basa sul consenso come di una merce da accaparrarsi a tutti i costi in quanto unico compromesso possibile tra libertà reale e effettiva e imprescindibile, in quanto ultimo ultimo argomento di giustificazione di una democrazia da difendere a tutti i costi, pur ricorrendo all’alibi del “realismo” per formulare improbabili motivazioni.

Come se non fosse già chiaro , il potere dell’elettorato consiste dunque esclusivamente nello “scegliere chi ci governerà” e la democrazia è salva se a malapena esiste un minimo di concorrenza tra gli elettori o anche solo la possibilità di non votare per un governo che tradisca le sue aspettative (Schumpeter).

Ma un potere che arriva a considerare una pratica normale e integrante della democrazia il non voto che fino a poco tempo fa (ma ancora oggi in realtà) incuteva timore è nei fatti costretto ad una capovolta recuperatrice del dissenso crescente che stavolta non riuscirà nemmeno con la doppiezza e l’ipocrisia sugli allarmi dei sentimenti di antipolitica, in realtà utile e gradito sostegno di chi finge di essere costretto a rinnovarsi vedendo così un riconoscimento della sua assoluta insostituibilità.

Constatando come l’omologazione e la passività siano diventate parti integranti delle teorie della democrazia che sfruttano abilmente a loro piacimento i peggiori prodotti che il lavoro, la moda, la coercizione impongono contribuendo a diffondere il terrore del conformismo, incruento nei suoi effetti vicini ma immediatamente violento perché porta irrimediabilmente ad accettare ogni decisione presa sulle nostra testa ma col nostro appoggio indiretto, occorre sempre più urgentemente distruggere l’apatia e l’indifferenza che i meccanismi di potere costruiscono per incrementare affermando il primato dell’individuo sui numeri, sugli inganni sulla delega e sull’elezione, ponendo le condizioni per una concreta autogestione integrale della vita che elimini definitivamente il vuoto irriconoscibile che di fatto costituisce un morbido totalitarismo di dominio.

 

 

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Università Milano (68-2008): che possa esserci continuità!

Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso potrà chiamare il suo buon andamento. Questa cospirazione fa parte del suo stesso funzionamento.”

Guy Debord, Commentari sulla società dello spettacolo.  

Qualche giorno fa, a 40 anni dal tentativo di una rivoluzione radicale della vita e di chi tentava di impossessarsene, proprio negli stessi luoghi, si è tenuta una delle varie tappe di pubblicità di una svendita totale degli elementi e dei principi che nel 1968 costituivano ancora un terreno di base per l’abbattimento effettivo dei meccanismi di coercizione.

Alcuni settori di quel che rimane del fermento studentesco, fagicitato dai partiti di base, di cui di fatto ne costituiscono l’ala movimentista, ha fatto irruzione in un’aula dell’Univesrita di Milano dove si teneva un convegno organizzato da uno dei tre sindacati di Stato che in campagna elettorale discuteva delle legge 194 esprimendo una netta quanto apparente presa di posizione antiabortista in compagnia di medici, scienziati e una rosa di politicanti tra cui alcuni cattolici teodem che verranno candidati tra le stesse fila di quei sindacalisti paladini delle donne organizzatori dell’incontro.

L’azione non si è rivelata nient’altro che la rivendicazione di un posto riconosciuto e a pieno titolo tra i burattini che i media ogni tanto rispolverano per legittimare il carattere democratico della nostra epoca in quanto preparata con scrupolo assieme a quei giornalisti e fotografi che da tempo costituiscono la manovalanza più subdola del rovesciamento completo della realtà che consente di perpetuare gloriosamente gli scempi più orribili che la società postmoderna crea con l’appoggio inebetito di masse di spettatori.

Questa pratica scandisce oramai da anni il silenzio imbarazzante dei professionisti di movimento che pur di lasciare il loro ruolo di referenti degli universitari preferiscono alle pratiche materiali e dirette del conflitto che fondano la base delle relazioni e del loro estendersi, pratiche mediate che offrano un ampilficatore sicuro ma che di certo alienano ed estraniano dal contesto sociale in cui si vive e che si trasforma così sempre più in una mera vetrina di riferimento.

Potendo rifiutare di accettare la presenza in ateneo dei maggiori responsabili della precarizzazione del personale e dei ricercatori che proprio in questi giorni si stanno mobilitando in tutta Italia con gruppi autorganizzati o sindacati di base contro i risultati di una politica concertativa, e mettere in luce come questa linea riformista si ripeta con continuità anche nell’appoggio a correnti e partiti che hanno abiurato il laicismo e da tempo si prostrano nei confronti del Vaticano, si è scelto invece, ignorando del tutto la comunità universitaria e le sue lotte interne, di mendicare ai futuri governanti l’insegnamento nelle scuole delle tematiche legate alla sessualità, l’aumento dei finanziamenti alle cliniche pubbliche e un vero diritto di cittadinanza per le lesbiche e gli omosessuali.

Lo sgomento generale che si è alzato dagli spettatori, increduli che i contestatori proponessero le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi fino a poco prima discussi ha sancito la fine definitiva di ogni radicale tentativo di fare espoldere le contraddizioni che si nascondono dietro l’apparenza che bisogna saper scalfire.

Conquistare lo statuto mediatico necessario per approdare ai canali di comunicazione implica una rinuncia alla sotanza dei contenuti, mercanteggiati con gli scribacchini di turno affinchè abbiano possibilità di accesso e se è esso a costituire la massima importanza quello che si è in grado di mettere in campo e creare con le proprie forze non ha più lo stesso valore o addirittura viene meno. E’ il sistema stesso che organizza e controlla la sua critica imponendo i suoi dettami. Le rivoluzioni che nel 1968 hanno toccato vari paesi del mondo hanno fallito nel non aver eliminato il nervo più vitale della società mercantile oramai appropiatiosi di ogni spazio: il sistema mediatico continua a legittimare quello che è attuale, espandendo l’ignoranza e il falso a cui qualcuno oggi vorrebbe persino partecipare.

Non c’è nessuna vertità definitiva ma l’esigenza di una lotta complessiva e unitaria per la quale occorre riaquisire il concreto che la vita e il suo porsi offrono.

_sinope

(un abbraccio sincero a chi ha scelto lo spazio aperto del mondo per sfuggire alle angustie della sorveglianza speciale e di quanti sono perseguiti per aver scelto la vivacità del conflitto ai noiosi copioni già scritti).

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Corri nel bosco.

"Da sempre l’uomo ha cercato di evitare le città. La libertà fisica, spirituale, etica non si accorda infatti con l’aria di città".

Ernst Junger, "La Mobilitazione totale", 1960. 

 

La vitalità del nostro corpo costituisce una parte fondamentale della libertà umana e del suo raggiungimento. Nella nostra epoca stiamo assistendo a una vera e propria mutilazione con la quale la violenza della società del consumo vuole imprimere su ogni singolo il proprio marchio di possessione: la maschera contro lo smog.

Scelta volontaria per mantenere integre le proprie vie respiratorie che mantiene l’illusione della libertà del volere, mentre la nostra relazione con l’ambiente, con l’aria e con la natura risulta profondamente compromessa. Non la si consideri una protesi, un aggiustamento a delle mancanze del nostro organismo come avviene per le lenti a contatto o gli apparecchi acustici, deve invece rispondere a dei danni irreversibili che derivano dall’azione umana stessa e dalla sua organizzazione; sono maschere che alterano quei segni del volto che fanno la persona e ne permettono il riconoscimento. Stiamo diventando anonimi e irriconoscibili già a prima vista, si sta perdendo forse anche la potenza dello sguardo senza il quale tra uomini macchine e energia vitale corre una abissale differenza. 

Non sono sicuro che la metropoli costituisca il terreno privilegiato su cui impostare il percorso verso la riappropriazione di ciò che ci viene tolto se il prezzo da pagare è la perdita e lo svuotamento della identità e dei rapporti.

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Gloria alla moda

Gloria della moda.

Nella società postmoderna uno dei tanti mezzi di controllo della vita reale e del corpo è la moda a tal punto che siamo oggi tutti uniti dall’essere cittadini della moda. Cittadini perché la moda è il nodo focale anche dell’inclusione o dell’eventuale esclusione dell’altro nella società: se sei vestito con maglie troppo larghe o corte non vieni riconosciuto come avente diritto al far parte della società, guardato a vista, accantonato, e non solo da un punto di vista politico ma ancor più relazionale.

E non è un caso che se la moda ha la possibilità di promuoverci la maggior parte delle volte ci abbassa e ci schiaccia perché il suo principio centrale è il rendere obsoleta la cosa nuova per poterla immediatamente sostituire da un’altra da immettere nel mercato.

Moda deriva da modus in latino, cioè forma, modo e scala ma l’etimologia non aiuta a cogliere il meccanismo che nasconde: è considerata legata all’abbigliamento, o è intesa come meccanismo, logica, atteggiamento di cui i vestiti non sarebbero che la componente materiale. In questo secondo caso si distinguerebbe per il cambiamento continuo e il considerare questo cambiamento come elemento di distinzione sociale, che ci rende ostaggi di boutique, shopping e compulsioni varie.

E’ un continuo rincorrere che offre l’illusione di darci maggiore personalità mentre ci lascia in balia di una mancanza di significato imbarazzante perché ogni cosa che portiamo è subito superata. Identificandoci con ciò che abbiamo e portiamo siamo superati noi stessi che non riusciamo a raggiungere la pienezza a cui aneliamo.

Quindi la moda finge di aderire e rispondere alle nostre più profonde esigenze mentre è pura superficialità che si serve dei nostri desideri, istinti e gusti per alimentare un sistema economico che fa della nostra vita qualcosa da aggirare e spremere il più possibile. La moda è il capitalismo che si auto giustifica: questo suo rendersi per noi necessari elimina ogni dubbio su di esso.

Ogni contro-moda o anti-moda è futile resistenza; non ci resta che renderle omaggio con gloria, cioè rincorrerla, implorarla e considerarsi fortunati di essere inclusi al godimento di essa? Stare in pace, per quanto mediocre che sia?.

 

Come si è fatto bene a distinguere gli uomini dalle qualità esteriori piuttosto che da quelle interiori! Di noi due chi passerà avanti? Chi cederà il posto dell’altro? Il meno capace? Ma io sono capace quanto lui: ci dovremmo battere per questo. Egli ha quattro lacchè, ed io non ne ho che uno: ciò è chiaro; basta contarli; tocca a me cedere, sono uno stupido se lo contesto. Con questo mezzo, eccoci in pace, che è il più grande dei beni.”

 

Pascal, “Pensieri”, fram. 302.

 

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12-12-2007: più milano in lotta.

"La
prima volta è una tragedia, la seconda soltanto una farsa”

 

Il
12 Dicembre, a Milano in particolare e in tutta Italia, è un
giorno particolare in cui mantenere viva l’attenzione sulla natura
violenta e criminale delle istituzioni statali che nel lontano 1969
non esitarono a fare uso di parti di servizi segreti e di gruppi
fascisti per stroncare il nascente movimento rivoluzionario.

Oggi,
pur respingendo le pretese di chi vorrebbe paragonare Piazza Fontana
a Piazza Alimonda per poterne succhiare avidamente quel portato
simbolico che permette ai suoi dirigenti di mantenere in vita
l’oramai sterile “movimento dei movimenti”, occorre ricordare che
la repressione colpisce ancora quegli individui che lottano
quotidianamente con le pratiche dell’auto-organizzazione e
dell’azione diretta per l’eliminazione delle galere, delle autorità,
del militarismo e che personalmente fanno rivivere il significato
dell’oppressione statale che qualcuno vorrebbe dimenticare in
soffitta per rispolverare strumentalmente ogni tanto sotto forma di
memoria storica o eccezionale evento da spettacolarizzare.

 

Invece, a due anni esatti dalla parata
elettorale che aveva mostrato anche ai più increduli la
tragica fine della pratica dell’autonomia del movimento studentesco
milanese consacrato all’altare della sfida elettorale del “radicale”
Dario Fo, gli stessi organizzatori che non avevano esitato a gettare
in pasto a disegni rifornisti la figura di Valpreda e di Pinelli si
sono ripresentati in piazza per confermare uno statico quanto
ordinato corteo.

Quest’anno però una farsa senza
nemmeno il giullare a risollevare le sorti ed i numeri è stata
trasformata da alcuni disgustati presenti in una pratica di
riappropriazione dello spazio urbano e delle proprie reali capacità
conflittuali muovendosi spontaneamente da Piazza Fontana fino al
carcere di S. Vittore per portare la propria solidarietà agli
ergastolani in lotta per l’abolizione dell’ergastolo e ai prigionieri
arrestati il 12 Febbraio che quello stesso giorno avrebbero subito un
processo.

 

Il
coinvolgimento di molti studenti presenti al “tradizionale”
corteo e il mettere in atto azioni scaturite dalle spontanee energie
di gruppo è stata per alcuni un fastidioso esempio di come la
liberazione di ognuno non passa dalla continua mediazione con gli
organi di stampa e delle forze di polizia, principali responsabili
delle montature di ogni tempo, da Piazza Fontana agli ultimi
avvenimenti di Bologna, Spoleto e Firenze.

 

(questo
non è un resoconto né un comunicato ufficiale)

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L’ ex cattolico Negri cade così.

"Le tesi di Eusebio sulla solidarietà fra l’avvento di un unico impero modano, la fine della poliarchia e il trionfo dell’unico vero dio presenta delle analogie con le tesi di Negri-Hardt, secondo cui il superamento degli Stati nazionali nell’unico impero globale capitalista apre la via al trionfo del comunismo. Mentre la dottrina del parrucchiere teologico di Costantino (Eusebio), aveva però un chiaro significato tattico ed era funzione non di un antagonismo ma di un alleanza fra il potere globale di Costantino e la Chiesa, il significato delle tesi di Negri-Hardt non può certo essere letta nello stesso senso e resta, perciò, quantomeno enigmatica."

Giorgio Agamben, "Il Regno e la Gloria"

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La rapida fine.

"Bisogna che il popolo non avverta la verità dell’usurpazione; la legge è stata un tempo introdotta senza fondamento razionale, poi è diventata ragionevole; bisogna farla credere autentica, eterna e nasconderne l’origine se se ne vuole evitare una rapida fine".  Blaise Pascal (1658).

Non ricordo per niente chi ma qualcuno nei primi anni’20 riteneva che il rivoluzionario, l’anarchico, in fondo si nascondeva in ognuno di noi per emergere almeno una volta nella vita. Anche se le parole sopra sembrano confermare questa tesi, trattandosi di Pascal un conservatore apologeta del cristianesimo, un sostenitore dell’adagiamento e del conformismo, comincio a preoccuparmi: che il ribellarsi faccia parte della normalità comportamentale di ciascuno di noi!

Poi mi vengono in mente le aspre e violente dispute con cui lo stesso Pascal invitava i giansenisti a scagliarsi contro l’autorità della Chiesa che si ostinava a non riconoscerli. Muoversi come una MACCHINA nella vita terrena, abituarsi a atti religiosi formali e a virtù esteriori conformi alle consuetudini per ruffianarsi la grazia divina, ma lottare come ossessi per far valere la propria vera verità su Dio è un compito che nessuno può tralasciare.

Così vivere nelle stesse dinamiche oppressive per non venire estromessi ma riconosciuti dal nemico che ci sovrastsa e che si combatte è quasi naturale, come imporre fedelmente le proprie etichette, le proprie teorie e i propri termini ovunque, perchè lottare non è divertimento ma questione di governance, indirizzare e dirigere a tutti i costi.

Quasi che fosse in gioco la salvezza.

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Se anche insorgere possa essere conformarsi

 

"Voglio che tutti pensino allo stesso modo, tutti dovrebbero essere come macchine"

"Sono le fantasie che creano problemi alla gente, se non si avessero fantasie non si avrebbero problemi perchè si prenderebbe ciò che capita." 

 Andy Wahrol          

 

L’emblema e il simbolo della presenza senza desiderio, dell’oggetto senza significato, dell’asservimento dell’indivuduo al tutto ciò che lo corconda, felice che sia il nulla, è stato insultato dallo stesso sistema mercificato che intendeva sviluppare.

La richiesta di Wahrol era di non lasciare alcuna scritta sulla tomba come sintomo dell’indifferenza che ci circonda e della stessa insignificanza dell’organico sacrificatosi per l’organico che lui maneggiava, di volta in volta per farlo rimanere qualitativamente sempre identico ma con valore falsato.

Solo chi impone la vita in questo vuoto si può permettere di imprimere violentemente un significato che abbia la parvenza illusoria di nuovo, o di sfregiare una tomba.

E’ un sentimento che ci pervade a tal punto che non abbiamo neanche la possibilità di contrapporre una reazione, un atteggimento: i meccanismi dell’oppressione occupano le nostre fondamenta a tal punto che quand’anche credimo di lasciare spazio alla fantasia, all’utopia, spesso ricreiamo ambienti ostili alla vera realizzazione della libertà, gabbie concettuali che sembrano ricordare che l’indifferente oppressione ci ha sempre nel suo maledetto PUGNO, amico o nemico che sia.

 

 

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